Lavorare nel mercato dell’arte oggi: consigli e sfumature

Un antico proverbio diceva “impara l’arte e mettila da parte” e sorprendentemente oggi non potrebbe essere più vero: non importa quali percorsi la nostra vita abbia intrapreso, se c’è passione per l’arte e determinazione, tutto ciò che abbiamo comunque imparato non può che fare da cornice alle nostre aspirazioni.

L’arte ha sempre rispecchiato la realtà di ogni società, diventando, a partire dalla fine del XIX secolo in poi, non solo un bene dal valore storico culturale ma anche un oggetto dalla forte rilevanza economica. Dopo aver frequentato il Corso d’Alta Formazione “Lavorare nel mercato dell’arte: professioni tradizionali e nuove competenze”tenutosi in Cattolica tra il mese di Marzo e quello di Maggio, ho avuto il piacere di intervistare il Professor Alessandro Rovetta, direttore scientifico del corso e il Dottor Mattia Pivato, il suo coordinatore, i quali mi hanno raccontato non solo come è nato il corso ma anche quali sono le caratteristiche del mondo dell’arte oggi. 

“L’idea del corso di alta formazione lavorare nel mercato dell’arte – ha iniziato Pivato – è nata dalla constatazione che in questo ambito non ci fosse una particolare abbondanza di percorsi formativi incentrati sulle testimonianze di professionisti del settore e declinati tanto sul funzionamento del mercato dell’arte quanto sulle nuove professionalità che questo ambito di mercato richiede”.

Professor Rovetta, a tal proposito, come mai ha pensato di creare questo corso d’arte così trasversale, basato esclusivamente su testimonianze di professionisti del settore?

“Ho pensato soprattutto agli studenti dei corsi di laurea in Scienze dei beni culturali, Archeologia e Storia dell’arte e Gestione e economia dei beni culturali. Da parte loro c’è un grande interesse a conoscere come si muove oggi il mondo del lavoro dedicato ai beni storico artistici, un mondo in continua evoluzione, pieno di aperture imprenditoriali di tipo diverso, che superano lo standard tradizionale del funzionario di soprintendenza e dello stesso direttore di museo. Credo che la possibilità di conoscere persone che hanno saputo intercettare le diverse possibilità professionali che questo mondo è in grado di offrire sia una sollecitazione fondamentale. Oggi tutti continuano a dire che il nostro patrimonio culturale è una risorsa lavorativa ed economica enorme, ma ben poche sono le azioni che a livello pubblico corrispondano a questo facile slogan. L’imprenditorialità creativa e coraggiosa degli interlocutori del nostro corso di alta formazione vale molto di più di tanti proclami”.

Dottor Pivato, avete immaginato una categoria particolare di studenti oppure ha pensato di dare a tutti la possibilità di entrare in questo settore?

“In sintonia con la trasversalità delle competenze che sono richieste in questo specifico settore di mercato, si è pensato di mantenere una corrispondente trasversalità anche nella platea di studenti e partecipanti al corso. Se dovessi immaginare un ideale grafico a torta dei partecipanti, su un totale di 100, un 20% sarebbe equipartito in un 10% di studenti che fanno parte di percorsi post laurea nel settore umanistico dei beni culturali e un 10% di formazione più vario non attinente all’ambito artistico; il restante 80% sarebbe diviso ancora una volta equamente tra studenti delle lauree umanistiche (per lo più storia dell’arte della facoltà di lettere e filosofia) e studenti provenienti da facoltà di stampo economico, in particolar modo dall’interfacoltà di economia e gestione dei beni culturali o dal corso di CIMO. Per quanto riguarda l’età media dei partecipanti si è preferito selezionare coloro che afferiscono alle lauree magistrali poiché, essendo più vicini all’ingresso nel mondo del lavoro, si è ritenuto che un corso tenuto da esperti del settore potesse rappresentare la risposta più adeguata a chi nell’arco di un anno, massimo due, si troverà ad entrare nel mondo delle professioni”.

Dottor Pivato, la selezione degli ospiti varia di anno in anno, con che criterio sono stati scelti?

Tendenzialmente il Professor Rovetta ed io cerchiamo ogni anno di mantenere un 50% di relatori consolidati, che quindi hanno già partecipato a precedenti edizioni del corso per favorire una continuità fra le varie edizioni e un 50% di docenti nuovi. I relatori sono 10, per un totale di 10 lezioni da tre ore ciascuna, nelle quali si cerca di selezionare di volta in volta gli ambiti professionali più rappresentativi del settore, tra cui case d’aste, fondazioni, editoria d’arte, musei, fiere ed eventi espositivi… Per ciascun ambito si è tentato di chiamare figure di alto profilo […] poiché credo che offrire agli studenti la testimonianza di chi ha avuto un’esperienza di lungo corso e ha raggiunto oggi posizioni apicali nella realtà in cui lavora possa dar loro una visione competente e ad ampio spettro sulle molteplici sfumature all’interno delle quali si articola quella determinata figura professionale e i compiti che è quotidianamente chiamata a svolgere”.

Professor Rovetta: che ruolo riveste oggi l’arte nella società? In particolare, qual è la situazione italiana?

“Come detto prima, è indubbio che in Italia godiamo di risorse impressionanti per valore, attrattiva, varietà, impatto sociale e culturale. Si investe poco, non solo finanziariamente ma anche come formazione e educazione. Basta vedere come la Storia dell’arte subisca continui tagli nei programmi scolastici. Ci sono flussi importanti per le grandi mostre e per alcuni grandi musei ma tutto il resto, quell’incredibile patrimonio diffuso sul territorio, è poco conosciuto, valorizzato, tutelato. Ce ne accorgiamo con i terremoti”.  In aggiunta il Dottor Pivato ha affermato che “oggi l’arte è sicuramente molto pervasiva nella quotidianità, forse più che in passato, o forse semplicemente in modalità nuove e differenti poiché ci sono nuovi canali espressivi attraverso quali l’arte o gli artisti si esprimono e nuovi canali comunicativi; questo consente anche al pubblico e ai fruitori del prodotto artistico di essere più numerosi indipendentemente dall’età e dalla fascia sociale. Certamente, oggi l’arte sconfina nella comunicazione, nella pubblicità, in fenomeni che sono para-artistici o meta-artistici ed è forse importante dare le coordinate attraverso le quali poter decodificare i fenomeni artistici da quelli che non lo sono ed evitare quella spiacevole sensazione di distacco, diffidenza e distanza che magari si sente di dare, in particolare nei confronti dell’arte contemporanea”.

Dottor Pivato, rimanendo in argomento, parliamo del rapporto tra social e arte: noi di CIMO in che modo possiamo sfruttare le nostre competenze?

“Il fenomeno dei social media oggi è in grandissima espansione e permea senz’altro molti aspetti della nostra quotidianità; l’arte, costituendo parte integrante della nostra vita, non può dunque fare a meno di confrontarsi con i social. Secondo me vi sono almeno due livelli attraverso i quali i social media si interfacciano con l’arte: un primo livello è sicuramente quello della divulgazione. Penso ad esempio a Instagram, che da più parti è stato considerato il vero social dell’arte perché, basandosi sulla fruizione di immagini ed essendo l’arte per lo più un fatto visivo, ben si sposa con un social network basato sulla condivisione di fotografie e immagini e molto spesso non è infrequente vedere alcune gallerie o professionisti del settore che utilizzano questo mezzo per diffondere la loro collezione e le loro opere; un secondo livello, in certa misura sottoinsieme del primo, riguarda poi i servizi che i social e le app in generale possono fornire all’arte: basti pensare a quelle applicazioni che permettono di condurre visite virtuali a collezioni museali o, durante invece una visita reale in situ, a quelle che forniscono supporto o permettono di utilizzare la realtà aumentata per conoscere particolari inediti o nascosti delle opere esposte. Vi è poi, a parte, un utilizzo per così dire più “romantico” della tecnica, una sorta di inversione del punto di vista: è quando l’arte utilizza la tecnologia come mezzo espressivo. Se è vero che l’arte è termometro del proprio tempo, non è infrequente oggi incontrare artisti che utilizzano la tecnologia, hardware e software, per realizzare le loro opere e performance, facendo di essa il nuovo media attraverso il quale si esprimono”.

Professor Rovetta e Dottor Pivato, lavorare nel mercato dell’arte oggi: cosa consigliereste agli studenti per entrare in questo settore? Vi sono competenze necessarie che dovrebbero acquisire?

Professor Rovetta: “Innanzitutto di diventare dei bravi storici dell’arte, poi di farsi guidare da persone autorevoli nel campo – è l’obiettivo del nostro corso – e di avere tutta la pazienza e la prudenza che occorre per conquistarsi un posto riconosciuto per reali meriti professionali. Farsi una bella esperienza, senza fretta di emergere e di arricchirsi. E’ e deve essere una passione, non tanto per il mercato, quanto per il deposito di bellezza e di cultura custodito dalle opere che si trattano”.

Dottor Pivato: “Un primo consiglio che mi sento di dare, da persona che non proviene da un percorso di studi artistici ma che ha sempre nutrito una profonda passione per l’arte e il suo mercato, è di non temere le proprie passioni, anzi di assecondarle con maturità, responsabilità e consapevolezza delle sfide che talune scelte di studio o lavoro possono comportare. Se poi il proprio desiderio è di avvicinarsi in particolare allo studio del mercato dell’arte, occorre prendere atto che oggi probabilmente Milano è la città migliore per coltivarlo, essendo ormai diventata il centro pulsante di questo settore in Italia. Per quanto riguarda invece le competenze, fondamentali in ciascun ambito professionale, direi innanzitutto che vi è la necessità di una solida base di conoscenze tecniche, da strutturare e variare a seconda delle proprie aspirazioni e del particolare settore nel quale ci si intende specializzare; sulla base di queste competenze “dure” va poi innestata una serie di competenze “soft”: passione, che vuol dire perseguire con convinzione la propria aspirazione; determinazione, ossia la volontà e la consapevolezza di dover raggiungere un livello alto di professionalità attraverso lo studio, la pratica e l’aggiornamento costanti; spirito di sacrificio, in quanto spesso si è a chiamati a compiere scelte che nell’immediato appaiono antieconomiche o che vengono magari scoraggiate o non consigliate da amici e parenti. Infine, ciò che condisce tutto questo è la curiosità, poiché credo questo sia l’unico motore che consenta in qualunque ambito di potersi migliorare e di poter creare un network di relazioni con professionisti. Credo, infatti, che il mercato dell’arte, rispetto ad altri settori professionali, goda di un particolare vantaggio e cioè che è abbastanza ristretto come dimensioni, se si considera la sua parte di eccellenza: ciò permette dunque di potersi confrontare in modo privilegiato con i massimi esperti e con i profili più qualificati. Un mix di queste competenze oggi sono un ottimo bagaglio per poter creare un professionista del domani”.

CIMERS, avete sempre avuto una passione per l’arte ma il vostro percorso di studi ha seguito una strada differente? Niente paura, come vedete “tutte le strade portano all’arte”.

 

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