LA LUNGA SERIALITA’ AMERICANA: IL CASO DI GREY’S ANATOMY

“Cosa fai nel tempo libero?” “Mi piace guardare serie tv”. “Esci stasera?” “No, resto a casa a guardare la nuova stagione di Peaky Blinders, è appena uscita su Netflix”. Le serie tv sono il passatempo preferito di tutti. E non serve che quest’affermazione sia sostenuta da una ricerca. È così: ogni volta che esce una nuova serie tv di successo, con un cast stellare o per lo meno competente e una storia memorabile vi si crea attorno un buzz e un fermento innegabile. Ma non è sempre stato questo il successo riscosso dalle serie tv.

La serialità non è nata per il mezzo televisivo. Le prime forme di serialità risalgono al feuilleton, un termine che deriva dal fatto che i romanzi appartenenti a questo filone erano pubblicati a puntate sui giornali, quotidiani o periodici. Dal feuilleton si è passati al romanzo d’appendice, pubblicato prevalentemente per il pubblico femminile e caratterizzato da cliffhanger, colpi di scena che lasciano in sospeso la narrazione fino alla puntata successiva. La serialità come la conosciamo oggi è nata sul mezzo radiofonico e poi si è trasferita sul mezzo tv, dove ha raggiunto il massimo dello splendore. Sono stati tanti i paesi che hanno avviato una produzione di serialità, ma sicuramente gli Stati Uniti hanno alzato l’asticella della competitività.

Nel 2005 è andata in onda la prima puntata di Grey’s Anatomy, uno dei pilastri della serialità americana. Si tratta di un medical incentrato sui medici del Seattle Grace Mercy West e sulle loro vite – soprattutto sulle loro vite amorose. Per diciotto, forse diciannove stagioni, seguiamo la vita e la crescita emotiva e professionale di un cast corale dove Meredith Grey spicca su tutti. La Grey sopravvive a bombe, incidenti aerei, annegamenti, sparatorie e le numerose morti dei suoi affetti più cari. Grey’s Anatomy è sicuramente un esempio di lunga serialità, non solo per il numero di stagioni ma anche per il numero di episodi e la durata di quest’ultimi. Ogni stagione ha 24 episodi e dura circa 40 minuti. I colpi di scena sono all’ordine del giorno, soprattutto con il passare delle stagioni, quando Meredith, la protagonista principale, inizia ad essere messa in “panchina” e le sue storyline si intrecciano a quelle degli altri personaggi, lasciando spazio all’evolversi delle vite altrui.

La lunga serialità ha sicuramente dei pregi: lo spettatore è fidelizzato e aspetta con agitazione il momento del rilascio della puntata e inoltre, la creazione di universi crossmediali e varchi narrativi è molteplice – basti guardare agli spin off, Private Practice e Station 19. Non solo vantaggi ma anche svantaggi: morte e abbandono del cast sono all’ordine del giorno e colpiscono ogni stagione senza pietà. Chi è il last man standing? Meredith Grey, come può continuare uno show che porta il suo nome senza di lei?

Veronica Minardi

LAVORARE SULL’ INCLUSIVITA’: BODY POSITIVE E IL RUOLO DEGLI INFLUENCER

Oggi i social media vengono considerate come vere e proprie arene dove mostrarsi, combattere e far valere i propri ideali e le proprie idee. Non si tratta solo di utilizzare immagini e video: sempre più spesso ciò che i creator valorizzano è la propria voce. La voce degli influencer assume un ruolo importante poiché è in grado di sensibilizzare sui temi e creare un comportamento emulativo che influisce sull’esperienza degli utenti dei social network.

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INCLUSIONE NEI LUOGHI DI LAVORO: PANTENE LANCIA LA CAMPAGNA “HAIR HAS NO GENDER”

La popolazione mondiale passa la maggior parte della propria giornata sul posto di lavoro e per questo motivo è molto importante che ogni luogo di lavoro riesca a mettere a suo agio il proprio dipendente attuando pratiche di inclusione e rispetto della diversità.

Questo è l’obiettivo della campagna Pantene “Hair Has No Gender”, che ha raggiunto nel 2022 la terza edizione. Il gruppo di cui il brand Pantene fa parte, Procter & Gamble, vuole mostrare il sostegno alla comunità LGBTQIAP+ concentrando l’attenzione su temi delicati come l’intimità, le relazioni, la famiglia e la libertà di essere sé stessi sul lavoro, utilizzando come filo conduttore il fatto che il modo in cui decidiamo di acconciare e tagliare i nostri capelli possa aiutarci a esprimere la nostra identità.

La campagna è stata lanciata il 17 maggio, per la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. I protagonisti della campagna Pantene “Hair Has No Gender” sono dodici membri della comunità queer di paesi come Canada, Spagna, Regno Unito, Germania e Italia.

Le dodici persone hanno raccontato la loro storia e si sono soffermate in particolar modo sull’aspetto professionale e lavorativo e, nonostante storie e background differenti, alcune esperienze sembrano comuni e sembrano legarli. Dalla difficoltà di fare coming out e di mostrarsi davvero per quello che sono al lavoro, alla libertà di esprimersi attraverso un taglio di capelli o un nuovo colore per accrescere la propria autostima e, quasi di conseguenza, la stima e la considerazione di colleghi e superiori nei propri confronti.

La versione italiana della campagna è stata rilasciata l’8 giugno 2022, durante un evento dal vivo di P&G e in concomitanza con l’inizio del giugno dei Pride. I protagonisti italiani sono tre: Cathy La Torre, Erica Mattina, modella e influencer che gestisce il profilo instagram @leperledegliomofobi,  e Silvano Caso, uno dei dipendenti dello stabilimento italiano di Procter & Gamble.

Cathy La Torre è un avvocato specializzato in diritto e antidiscriminazione. Il suo lavoro si focalizza principalmente sulla discriminazione basata sull’operazione sessuale e sull’identità di genere e sui diritti della comunità LGBTQ+. L’avvocato ha costruito la sua identità proprio attorno ai suoi capelli bianchi: i suoi capelli sono diventati bianchi sin da giovane ma ha deciso di non tingerli e l’hanno aiutata a definirsi. “I capelli sono una parte essenziale della mia identità e credo che siano un elemento per definire l’identità di chiunque. In entrambi i casi, naturale o meno, trasmette l’immagine che preferiamo di noi stessi” ha dichiarato Cathy.

Veronica Minardi

INCLUSIVITÀ E GIORNALISMO: IL MIRACOLO SULL’HUDSON COME PRIMO CASO DI CITIZEN JOURNALISM

Il dialogo sempre più̀ fitto tra giornalisti e cittadini ha dato vita al citizen journalism, un tipo di giornalismo che vede la partecipazione attiva dei lettori, grazie alla natura interattiva dei nuovi media e alla possibilità̀ di collaborazione offerta dalla rete. In questo senso, gli utenti hanno la possibilità di pubblicare notizie e commenti senza bisogno di essere professionisti dell’informazione. Il citizen journalism si è sviluppato grazie alla progressiva diffusione degli UGC, user-generated content, operando all’esterno dell’industria dell’informazione.

L’inclusione degli utenti nella creazione e diffusione di contenuti giornalistici in rete è ormai una pratica consolidata, ma come è nata?

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IL FUORISALONE COMUNICA INCLUSIVITÀ CON WORTH E IL PROGETTO CREATIVITY

Quando sentiamo la parola Fuorisalone uno dei primi pensieri va alle numerose installazioni che per una settimana riempiono e colorano la città di Milano. Ma nel corso degli anni il Fuorisalone è diventato molto più di questo e ha cominciato a orientarsi verso una comunicazione sempre più inclusiva. L’inclusività, in tutte le sue declinazioni, è diventata una costante della manifestazione. Già nel 2017, si cominciava a sentire aria di cambiamento: l’evento milanese infatti iniziava ad accostarsi ai concetti di inclusività e coesione sociale. Nel 2019, la Fabbrica del Vapore di Milano ha ospitato durante la design week l’evento “Design no brand” dove sono stati esposti progetti innovativi e dove i valori dell’economia circolare e dell’inclusione sociale sono stati i protagonisti. I prodotti inclusivi rispondevano alle esigenze di tutti, proprio per rispecchiare il concetto chiave “design per tutti”. 

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CASO JOHNNY DEPP: IL RAPPORTO CON IL BRAND DIOR

Il famoso attore Johnny Depp negli ultimi anni, e specialmente nelle ultime settimane, è stato al centro di una triste vicenda in cui è coinvolta anche l’attrice Amber Heard. I due si sposarono nel 2015 e dall’anno successivo iniziarono le prime denunce da parte di Heard per violenze domestiche subite. Nonostante molti brand si siano allontanati dalla figura controversa dell’attore, il brand Dior, per cui Deep è testimonial dell’iconico profumo Sauvage by Dior, è sempre rimasto al suo fianco.  

Quali sono i motivi di questa scelta e le conseguenze sul brand?

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FASHION E GAMING: UN NUOVO MONDO IN ESPANSIONE

In un mondo in cui “convergenza” è la parola d’ordine, anche la moda è diventata un gioco, ovvero, si è avvicinata sempre di più al mondo del gaming. Questo legame tra i due mondi è stato del tutto inaspettato: si è spesso sentito parlare di e-game e e-sport, ma il fashion gaming è qualcosa di ancora sconosciuto ai più.

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COME SOPRAVVIVERE NEL SOTTOSOPRA? ASCOLTANDO KATE BUSH

Alert! Spoiler ahead!

“And if I only could, I’d make a deal with God and I’d get him to swap our places, be running up that road, be running up that hill, be running up that building…Say, if I only could, oh” è il ritornello di “Running up that hill”, una canzone del 1985 della cantante inglese Kate Bush. La canzone nell’ultima settimana ha visto un incremento dei download, con una crescita dell’8.000%. Domenica 29 giugno ha ottenuto 12 mila streams e il primo di giugno è arrivata a 34 mila streaming. Ma come mai una canzone che nel 1985 aveva raggiunto solo il trentesimo posto in classifica, in un weekend ha raggiunto le classifiche di ben 34 paesi? Semplice, è entrata a far parte di un episodio di Stranger Things; non uno qualsiasi, un momento cruciale della narrazione, una di quelle scene che i fan di Twitter hanno già candidato agli Emmys insieme alla protagonista principale della sequenza, Sadie Sink.

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BENVENUTI NELLA SUBSCRIPTION ECONOMY

Siete abbonati a Netflix, a Spotify o a qualsiasi servizio del genere? Se la risposta è affermativa, allora, che ne siate consci o meno, fate parte della subscription economy. Benvenuti!

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LA LINEA SOTTILE TRA GAMING E GIOCO D’AZZARDO: IL CASO HEARTHSTONE

Vi siete mai chiesti come guadagnano i videogiochi? Una delle loro principali fonti di reddito è rappresentata dalle “loot box”: si tratta di scatole a premio che possono essere acquistate tramite pagamento o ricevute gratuitamente con i punti ottenuti durante il gioco, ma di cui il giocatore non conosce il contenuto. Avviene quindi una selezione casuale, detta “loot”, di oggetti virtuali che possono essere strumenti utilizzabili in-game (per migliorare l’esperienza di gioco) o elementi puramente estetici (ad esempio, per il miglioramento del proprio avatar).

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