OLTRE IL PROFITTO: LA FORZA DELLA COMUNICAZIONE SOCIALE

Può un post sui social trasformarsi in un atto di responsabilità collettiva? Oggi la comunicazione sociale usa lo scrolling per sensibilizzare, trasformando l’utente in un cittadino attivo.

Oltre la logica del profitto:

In un ecosistema mediatico dominato da messaggi volti al consumo, esiste una forma di comunicazione che non cerca di vendere un prodotto, ma di promuovere un cambiamento: la comunicazione sociale. Questa disciplina si distacca dalle logiche del profitto per abbracciare la sfera dei diritti e del benessere collettivo. Come sottolinea il sociologo francese Dominique Wolton, la comunicazione non è mera trasmissione tecnica di informazioni, ma ciò che permette la coabitazione umana. Essa è lo spazio necessario per costruire il senso del «vivere insieme».

I tre step del cambiamento:

L’atto comunicativo smette di essere uno strumento di persuasione all’acquisto e diventa un ponte etico. Questo percorso si articola generalmente in tre livelli sequenziali: 

Livello cognitivo: mira a informare e far emergere la consapevolezza su un problema

Livello affettivo: punta a modificare opinioni e atteggiamenti attraverso la leva dell’empatia

Livello comportamentale: la comunicazione sociale compie la sua missione più complessa, ovvero il trasformare un valore astratto in un’azione concreta

Dai vecchi ai nuovi protagonisti:

Se un tempo il monopolio del messaggio civile apparteneva a Stato e Chiesa, oggi lo scenario è profondamente mutato. Come analizzato da Pina Lalli all’interno del Secondo Rapporto sulla comunicazione sociale in Italia, il testimone è passato con forza al Terzo Settore, che è diventato il principale motore del cambiamento. Accanto a esso, emerge con vigore il settore privato tramite la Responsabilità Sociale d’Impresa. Tuttavia, il confine tra impegno autentico e profitto si fa spesso labile: il rischio concreto è che l’etica diventi una vetrina di marketing, svuotando il messaggio della sua carica trasformativa originaria. Questa dinamica si riflette inevitabilmente nei canali utilizzati: dai classici spot TV si è passati ad un attivismo digitale granulare e costante sui social media.

Scroll and Stop the Hate:

Un esempio concreto di questa evoluzione è la campagna Instagram “Scroll and Stop the Hate” attivata dalla Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni d’Odio.

L’iniziativa incarna il concetto di antifragilità: non si limita a resistere passivamente all’odio online, ma sceglie di abitare i flussi digitali più critici per trarne forza. Invece di temere la tossicità della rete, la campagna la trasforma in un’opportunità di reazione immediata attraverso formati interattivi che interrompono il flusso compulsivo dello scrolling.

L’obiettivo non è la semplice opposizione retorica al fenomeno, ma la sollecitazione di una riflessione profonda in chi abita quotidianamente i social media. La campagna mira a scardinare le dinamiche dell’odio, sviscerando le conseguenze psicologiche e sociali spesso invisibili dietro uno schermo. Non si limita a dire «no all’odio», ma agisce per spezzare il velo dell’indifferenza: vuole che l’utente non sia più uno spettatore passivo dei contenuti violenti, ma un soggetto consapevole capace di riconoscere il peso delle parole. 

Vincere l’anestesia emotiva:

Tuttavia agire sui social media espone ad un ostacolo: la compassion fatigue (stanchezza della compassione). In un mondo iper-esposto a immagini di sofferenza, il pubblico rischia l’anestesia emotiva. Per evitare che l’utente scivoli oltre il messaggio senza sentirsi coinvolto, la comunicazione deve evolversi: non basta più suscitare pietà, occorre offrire soluzioni e speranza, proprio come fa la strategia dello Scroll and Stop che invita all’azione immediata e possibile.

Se la comunicazione commerciale ci definisce come consumatori, quella sociale ha il compito più nobile: restituirci la nostra dignità di cittadini consapevoli, trasformando l’informazione in un atto di fiducia.

Giulia Metoldo

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