L’OUT OFF: un teatro sulla soglia dei suoi quarant’anni

Come definireste voi l’Out Off di Milano oggi? Io direi un teatro che guarda al suo passato per orientare il proprio futuro. È un luogo unico nella realtà milanese, con una storia ricca e articolata: un teatro che non nasce neanche come tale, ma come cantina, luogo di formazione, di incontro tra artisti, di sperimentazione di forme d’arte.
Che cos’è diventato l’Out Off oggi, alla soglia dei suoi Quarant’anni?

Non è più, come nel 1976 quand’è nato, una cantina che ospita artisti internazionali e sperimentazioni d’avanguardia, perché il clima culturale oggi non lo permette. Non sono più gli anni ’70. Tuttavia, di quel periodo, conserva ancora la vocazione multidisciplinare, che “rappresentava una grande intuizione quando venne proposta alla città nel 1976” – spiega l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno, nella conferenza stampa che si è tenuta il 19 settembre 2016 nella sede dell’Out Off in via Mahon a Milano. Ancora di più oggi, anni in cui solo sentire la parola “teatro” evoca in molti l’idea di una “attività culturale impegnativa e noiosa”, la vocazione che l’Out Off porta avanti è una “consistente presa di posizione” nei confronti dell’arte e della realtà in generale. L’arte non è morta, gli artisti e i performer ci sono ancora, e vogliono far sentire la propria voce.

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La nuova stagione 2016/2017, non a caso, si intitola “1976-2016. 40 anni dalla parte degli artisti”, e propone sia autori che sono già stati all’Out Off e sono stati parte della sua storia, sia compagnie, attori e autori nuovi (date un’occhiata! http://teatrooutoff.it/spettacoli/stagione-2016-2017/). Ecco che si spiega la definizione che ho dato all’inizio: il riproporre artisti del passato serve a confermare la propria vocazione, ma questo non toglie, anzi, dà un motivo in più per dare spazio ad artisti nuovi, le voci di un domani.

Nella nuova stagione possiamo individuare tre categorie di proposte:

  1. I Revivals, ovvero gli spettacoli di artisti che hanno fatto parte della storia dell’Out Off. Tra questi troviamo, ad esempio, Jan Fabre con “L’imperatore della sconfitta” e “Hermann Nitsch”, non un vero e proprio spettacolo ma una serie di proiezioni e incontri su questo grande autore che è passato da qua proprio nel 1976.
  2. I festival, cioè tutti quegli spettacoli che fanno parte di un festival più ampio, che coinvolge anche altri luoghi della città. In particolare, il festival Danae non può mancare dato che è nato diciotto anni fa proprio nell’allora sede dell’Out Off (in via Dupré), e anche quest’anno aprirà proprio qui. È un festival sperimentale e multidisciplinare, che include danza, teatro, musica e performing art, e accoglie anche artisti internazionali (http://www.danaefestival.com/).
  3. The last but not the least: tutti gli altri spettacoli che spaziano dalle regie di Lorenzo Loris, regista stabile dell’Out Off, alle tendenze più varie, sia legate al teatro di parola che ad altre forme performative: ad esempio, “Freddie” della Katherine Dance company, le conversazioni di Nanda Vigo (architetto e degnigner), il concerto di Walter Marchetti all’interno di “Out Off musica”…

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Nell’ambito dello spazio ai giovani e ai nuovi, segnalo la presenza all’Out Off di due compagnie giovani, delle quali mi è piaciuta particolarmente la presentazione alla conferenza stampa del 19 settembre:

  1. Domesticalchimia (https://www.facebook.com/domesticalchimia/) con “Il contouring perfetto”, la storia di solitudine di una blogger (tutto qui http://teatrooutoff.it/stagione/il-contouring-perfetto/, anche il trailer!).
  2. Il Teatro dei Gordi (https://www.facebook.com/teatro.deigordi.1/ e http://www.teatrodeigordi.it/) con “L’editore”, realizzato in collaborazione con il regista Lorenzo Loris.

Dunque un teatro che, nonostante il cambiamento dei tempi e del pubblico, continua a dare spazio all’innovazione. A chi, se non ai giovani, dovrebbe piacere?

Forse io sono di parte perché amo non solo il teatro ma anche l’arte in generale, però vi dico, davvero: andateci! L’Out Off è nato proprio per unire teatro e arte (e poi chi ha detto che queste siano necessariamente due cose e non una?): l’offerta è varia e chiunque può trovare qualcosa che «Sì, questo mi ispira!». Non si parla di essere “acculturati”: il teatro è vita e comunica la vita. #enjoyit

CIMOreporter  Valeria Sali

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