Bot invasion: il caso controverso di Pokémon Go

Quando un’intelligenza artificiale sostituisce le persone: oggi su CIMOinfo le potenzialità e i limiti dei bot nel circuito delle app!

È probabile che anche se non siete esperti informatici abbiate sentito parlare di “bot”. Espressione abbreviata di “robot”, indica un programma che ha accesso agli stessi sistemi di comunicazione e interazione con le macchine usate dagli esseri umani. Si tratta di una definizione piuttosto generica perché nella pratica i bot possono essere e fare qualsiasi cosa: rispondere ai messaggi in modo automatico (chatbot), ma anche creare reti sfruttate dagli hacker per compromettere siti e intrufolarsi in altri computer (botnet). Si ha, dunque, l’automazione di compiti che sarebbero troppo gravosi o complessi per gli utenti umani. Google, per esempio, usa incessantemente bot per raccogliere quante più informazioni possibili su qualsiasi pagina online.

Da dove vengono questi bot? Anche se complessa e sfumata, la loro storia risale agli albori di Internet. Negli anni Cinquanta l’informatico britannico Alan Turing teorizzò un test per capire se una macchina fosse in grado di imitare il comportamento umano: analizzando una conversazione tra un individuo e un computer, una persona esterna doveva stabilire chi fosse chi. Se la serie di scambi rendeva impossibile una risposta certa, il test era positivo. Oggi i bot su dispositivi mobili, utilizzati all’interno di applicazioni di successo già esistenti come Messenger, sono ritenuti una grande opportunità, e Facebook ne è tra i principali promotori. L’idea è che marchi di vario tipo, da quelli attivi nell’ecommerce ai giornali, creino bot all’interno delle applicazioni per scambiarsi messaggi, rendendo diretto e personale il loro rapporto con l’utente. In questo modo è anche possibile sfruttare un’applicazione già conosciuta e molto usata, spostando la concorrenza esclusivamente sui contenuti e non sulla forma in cui sono presentati.

Di recente, ha fatto piuttosto discutere la crescente diffusione di bot in Pokémon Go.  Questo videogioco di tipo free-to-play basato su realtà aumentata geolocalizzata con GPS è stato sviluppato da Niantic per i sistemi operativi mobili iOS e Android, e in pochissimo tempo si è guadagnato il titolo di gioco più scaricato negli ultimi decenni. I Pokémon GO bot sono programmi software, spesso a prezzo irrisorio, che permettono di giocare restando seduti davanti al PC. L’esperienza di gioco è così completamente falsata perché consentono di raggiungere livelli elevatissimi. È evidente che si tratti di un modo illegale di utilizzare questa applicazione del momento, e che rischia di portare al fallimento l’intero ambiente di gioco. La motivazione è piuttosto ovvia: se molti utenti possono raggiungere livelli altissimi in poco tempo, chi agisce “onestamente”, spostandosi realmente alla ricerca dei Pokémon, troverebbe difficoltà ad avanzare di livello. L’utilizzo di questi bot è dunque a rischio e pericolo del giocatore: la Niantic blocca spesso gli utenti che mostrano di compiere ‘movimenti anomali’, come coprire in poco tempo distanze spaziali surreali.

Tuttavia è innegabile che questi software siano in grado di stimolare un certo grado di curiosità e abbiano spinto alcuni appassionati a studiare per mettere a punto bot molto sofisticati (NemesisNB è uno dei più famosi). Come riescono? Passando dalle API di Niantic, le librerie usate dalla software house per dare vita al gioco. Nonostante i bot siano innumerevoli, le API sono sempre le stesse e sono state recuperate analizzando l’app di Pokémon Go e il suo codice sorgente. Il passo successivo è cercare di simulare il più possibile il comportamento umano, per evitare il rischio dei ban. I bot più avanzati includono infatti routine casuali che servono per provare a ingannare i server di Niantic.                                                                                    L’unica cosa al di fuori del controllo del bot è l’IP di connessione. Non è chiaro se Niantic possa bloccare account che condividono lo stesso IP o se sfrutti altri indirizzi dei dispositivi, ma l’azienda sembra stia cominciando a prendere le misure, considerando un crescente numero di ban.

Il caso mostra come il mercato delle app sia alla continua ricerca di innovazioni e soluzioni per attrarre e soddisfare gli utenti. I servizi che si basano sull’intelligenza artificiale sono in continuo miglioramento e hanno mitrato sempre più all’interazione con le persone: i bot, come visto, hanno grandi potenzialità. Molto tuttavia dipende dall’ambito e soprattutto dall’utilizzo che se ne fa. Se da una parte, come nel caso di Pokémon Go un bot può costare un ban all’account, o ancora può rivelarsi pericoloso strumento in mano a un hacker, dall’altra è indubbio che i bot, grazie ai messaggi istantanei potrebbero cambiare l’attuale mercato delle applicazioni, offrendo nuove e insolite opportunità ai produttori di contenuti o a chi venda online. Basti pensare alle potenzialità di una successiva evoluzione, legata per esempio alla creazione di nuovi modi per fare pubblicità, personalizzata e calibrata sugli interessi di un unico cliente, sulle base di ciò che i bot hanno imparato nel tempo dai loro interlocutori.

CIMOreporter – Anna Leggeri

 

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