IL JAZZ TRA IMPROVVISAZIONE E COESIONE

Lo scorso due novembre a CIMO ha avuto luogo l’incontro “Improvvisare in jazz: cosa c’entra la musica con gli uomini (e con i gruppi)?”. Per l’occasione il Professor Carlo Galimberti (docente di psicologia sociale) ha invitato due personalità di spicco all’interno del panorama jazzistico italiano: Bebo Ferra e Francesco SaiuLuci soffuse ed un’esibizione musicale inaspettata: così siamo stati accolti dai nostri ospiti, che ci hanno trasportato immediatamente all’interno del loro universo artistico. La cultura jazz è talmente ricca di storia e folklore che sarebbe impossibile divulgarla in un intervallo di tempo limitato a poche ore. Tuttavia, Ferra e Saiu si sono concentrati su una tematica ben precisa, quella dell’improvvisazione, analizzandone i tratti salienti anche rispetto al contesto sociale.

MA CHE COS’è L’IMPROVVISAZIONE?

L’improvvisazione è dotata di due strutture diverse. Viene affiancata a forme predefinite di uno standard, oppure può avvenire in modo radicale. Nel primo caso gli artisti di un complesso rimangono legati al tema di una canzone nota, intorno al quale sviluppano delle modifiche a livello di ritmo, armonia o melodia. Questi tre elementi sono dei “dogmi” ai quali i musicisti devono attenersi. Infatti, l’improvvisazione, nonostante appaia come totalmente spontanea, segue principi tecnici in maniera rigorosa. Se le modifiche non vengono affiancate alla riproposizione di un tema predefinito, l’improvvisazione viene definita di tipo radicale, perché risulta esser molto meno vincolata. Questi meccanismi generano all’interno del gruppo dei processi mentali-creativi, sviluppando diverse forme di reazione. Si può avere un contrasto fra gli artisti, che innesca il sovrastamento dell’input musicale ricevuto, in maniera più o meno dissonante. Ben diverse sono l’imitazione ed il contrappunto. Nel primo caso l’artista cerca di riproporre note e intervalli eseguiti dagli altri musicisti, mentre nel secondo caso l’improvvisazione assume una forma di domanda-risposta. La variazione, invece, rende possibile un elevato livello di personalizzazione del “messaggio”, ad esempio tramite l’impiego di particolari timbri vocali, oppure variando i toni del suono.

Ferra e Saiu sono un duo di chitarristi jazz molto affiatati, tanto che le loro esibizioni improvvisate sono parse così armoniose, da sembrare il risultato di una preparazione elaborata. Fare jazz non significa soltanto svolgere una performance collettiva, ma comprende valori intrinsechi ben radicati. Il successo di una collaborazione tra artisti dipende prima di tutto dall’intensità dei legami che intercorrono fra questi. In un gruppo ben assortito, oltre ad esser presente un corposo bagaglio di conoscenze, vi sono affinità mentali che vanno oltre ogni aspetto tecnico. Tutto ciò porta a riflettere sull’attualità dei valori che presiedono il mondo del jazz, e sulla loro applicabilità nel contesto sociale a livello di interazioni ed aggregazioni fra le persone.

il gruppo jazz come “gruppo-lavoro”

Grazie alla gentilezza e alla disponibilità dei nostri ospiti Ferra e Saiu, è stato possibile realizzare una riflessione rispetto al parallelismo tra il gruppo jazz ed il gruppo-lavoro. Quest’ultimo è stato preso in considerazione sia all’interno di un contesto universitario, sia rispetto all’ambiente lavorativo. E’ necessario partire dal presupposto che il gruppo sia costituito da una combinazione eterogenea di elementi: personalità, abilità, competenze. Come creare allora un equilibrio? Secondo i due artisti l’elemento che sta alla base di qualsiasi cooperazione è il dialogo. Grazie a questo è possibile osservare dal principio azioni e reazioni degli individui rispetto ad una discussione. A questo punto bisognerebbe definire i ruoli in funzione delle potenzialità individuali. La suddivisione in ruoli è tipica anche dell’organizzazione jazzistica dove, generalmente, il solista funge da leader, mentre bassisti, batteristi e pianisti svolgono un ruolo di accompagnamento. Dunque un buon leader ha grandi responsabilità di cui occuparsi: deve esser capace di mantenere il gruppo unito, lasciando ampio spazio alle idee altrui. A questo proposito Ferra dice una cosa bellissima: “si tratta di vivere ciascuno della luce dell’altro”. Mettendo da parte il proprio Ego si predispone un ambiente genuino nel quale vengono attenuate le rivalità soffuse, se non addirittura eliminate. Un esempio di leader nella storia del jazz è sicuramente Miles Davis, che è stato in grado di amalgamare con successo diverse personalità stellari in un unico album: “Kind of Blue” (17 agosto 1959).

kind-of-blue

Il rapporto tra musicisti jazz si basa su una smisurata fiducia reciproca, e ciò è molto importante per la collaborazione in tutte le sue forme. A fronte di una sana coesione anche gli imprevisti e gli errori possono esser trasformati in idee creative, senza colpevolizzarsi vicendevolmente. Il fine del gruppo consiste nel rendere concreta un’idea comune. Sulla base di questa affermazione Ferra e Saiu ritengono che il messaggio della comunicazione debba basarsi su valori solidi e autentici, come semplicità, onestà e divertimento. Infatti, tutti noi siamo attratti perennemente da ciò che ci rende sereni e scartiamo a priori la monotonia. L’improvvisazione jazzistica non ha nulla a che fare con la monotonia. Forse è proprio grazie a questo che i suoi messaggi risultano sempre autentici ed attuali.

E voi che ne pensate? Vi sareste mai aspettati che un genere musicale potesse contenere dinamiche che riguardano le aggregazioni di tutti i giorni?

Se vi siete incuriositi rispetto all’argomento non potete perdere i prossimi incontri organizzati dal Professor Galimberti presso l’Università Cattolica di Milano:

-9/11/15: intervento dei FourOnSix, gruppo jazz. Tema: “Spontaneità con obbligo. Quando qualcosa/qualcuno ti dice come devi improvvisare”. Ore 8.30/10.30-aula G001.

-16/11/15: intervento di Giorgio Vogli, Dirigente Atlas Copco e batterista jazz. Tema: “Dal jazz all’organizzazione e ritorno: improvvisare con/per gli uomini”. Ore 8.30/10.30-aula G001.

-23/11/15: intervento di Davide Scotti, formatore, e Marcello Savi, attore. Tema: “Robert Secerè Show: uno spettacolo di improvvisazione teatrale”. Ore 8.30/10.30-aula G001.

 

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