UN PASSATO OSCURO: CENSURARE O NON CENSURARE?

«Questo programma include rappresentazioni negative e/o offese di persone e culture» è l’avviso che si legge prima della visione di alcuni film sulla piattaforma Disney +. Si tratta di una risposta alle sempre maggiori accuse di razzismo ricevute dalla grande casa di produzione.

Il capo dei corvi che compaiono in Dumbo si chiama Jim Crow, che è proprio il nome delle leggi di segregazione razziale rimaste in vigore negli USA fino agli anni ’60; questi personaggi sarebbero dunque una rappresentazione caricaturale degli afroamericani abitanti nei ghetti. Il gatto siamese de Gli Aristogatti, invece, suona il pianoforte con due bacchette e viene rappresentato con denti molto grandi e occhi schiacciati, richiamando lo stereotipo asiatico.

Questi sono solo due dei molti casi in cui nome, aspetto o accento dei personaggi dei classici Disney hanno suscitato il disappunto del pubblico. D’altronde, il signor Walter Disney ha aderito a diverse associazioni dichiaratamente antisemite e razziste nel corso degli anni ’30 e ’40, il che rende ancora più difficile credere all’ingenuità di queste rappresentazioni.

In passato, infatti, l’azienda ha deciso di censurare alcune scene “ambigue” da molti film e cortometraggi. Ma non è bastato: le polemiche non si sono arrestate. Non deve stupire che proprio in questo ultimo periodo, intriso di una sempre maggiore sensibilità e mobilitazione sociale sul tema dei diritti umani, la questione sia ritornata nuovamente alla luce, e con ancora più insistenza.

Come rispondere? Un duro trade-off: privare il patrimonio Disney di pezzi importanti della sua storia e della storia del cinema in generale o lasciare che l’insegna della “fabbrica dei sogni” rimanga macchiata per sempre di un’eredità culturale controversa. L’inserimento di questo sincero avviso è il risultato del dilemma, e non poteva che creare ulteriori dibattiti.

Una buona parte dell’opinione pubblica ritiene che a dettare la scelta sia stato il denaro: eliminare dal mercato tutti quei classici avrebbe certamente impedito a Disney di continuare a guadagnare dal loro intramontabile successo, garantito soprattutto dalla creazione della piattaforma Disney +, che consente ai fruitori di avere sempre a disposizione l’intera library della casa di produzione. Contemporaneamente, l’avvertimento sarebbe il frutto del tentativo di guarire una rischiosa frattura reputazionale.

Molti altri, invece, sostengono che l’eliminazione dei film incriminati avrebbe rappresentato una perdita troppo dolorosa per l’intera cultura occidentale, che senz’altro include i classici Disney tra le sue icone. Secondo questo punto di vista, l’inserimento dell’avvertimento, oltre a dimostrare l’effettiva ammissione di colpa da parte di Disney, trasmetterebbe anche un altro messaggio: questi contenuti appartengono a un diverso contesto storico-culturale, sono figli del proprio tempo, e per questo perdonabili o addirittura inevitabili.  

Ciò che resta da capire è se questo tanto discusso avviso si configurerà come un contributo utile ad impedire che gli spettatori delle future generazioni vengano corrotti da quel radicato e spietato regime di stereotipi che in generale, purtroppo, è intrinsecamente presente nel nostro patrimonio cinematografico.

Melissa Dello Monaco