VISIONI DAL MONDO. La mia esperienza come giudice

Quando ti propongono di diventare membro di una giuria, qualunque essa sia, ti sorge inevitabilmente una domanda: che tipo di giudice voglio essere? Spietato come Manuel Agnelli? Glaciale come Carlo Cracco? Dalla lacrima facile come Fedez al suo esordio a X Factor? Almeno, questo è quello a cui ho subito pensato io, una ragazza di 23 anni cresciuta a pane e talent show, per cui il «Per me è no!» è diventato ormai una sorta di mantra.

In verità, la mia esperienza come membro della giuria della sezione giovani del Festival cinematografico Visioni dal Mondo. Immagini dalla realtà, giunto ormai alla sua quarta edizione, è stata decisamente più semplice, ma allo stesso tempo molto gratificante.

Dal 13 al 16 settembre presso la Triennale di Milano io e altri 22 studenti universitari abbiamo avuto l’opportunità di assistere in anteprima alla proiezione dei 13 documentari in concorso e giudicarli uno per uno, assegnando un punteggio da 1 a 5.
La selezione è stata pensata soprattutto per i giovani autori e per questo motivo non sono stati posti limiti tecnici, di durata o di formato. Un’unica regola da seguire: documentare il mondo contemporaneo sotto ogni punto di vista, ponendo l’attenzione su storie di piccoli e grandi eroi quotidiani e rappresentando le migliaia di sfaccettature di cui la realtà si compone.

É ciò che è stato fatto da Fabio Palmieri in Blindly Dancing, ad esempio, documentario di 9 minuti incentrato su una ballerina ipovedente che ha creato un’associazione per insegnare a tutti la danza al buio.
Claudia Cipriani, invece, in L’ora d’acqua ha permesso al pubblico di immergersi in profondità nella vita del suo protagonista Mauro, un sommozzatore che lavora sotto le piattaforme petrolifere in mezzo al mare e deve vivere in una camera iperbarica per la maggior parte dell’anno.
In Scripta Manent, infine, Giorgia Ripa ha raccontato la street art attraverso la figura di Manu Invisible, condividendo i retroscena di una forma d’arte diffusa quanto contestata.

Non sono mancati documentari che hanno trattato temi di stretta attualità. Tra quelli di maggior rilievo Sa femina accabadora di Fabrizio Galatea, che, attraverso la figura della “dama della buona morte”, donna che praticava un’antica forma di eutanasia, ha permesso di riflettere sull’eterno interrogativo del trapasso, e Le cicale di Emiliano Mancuso e Federico Romano, film sulla tragica condizione di molti anziani italiani, costretti allo sfratto ed a una vita di miseria a causa di una pensione che non garantisce più una serena “età del riposo”.

Alle 21:30 del sabato il momento del verdetto: io e gli altri membri della giuria ci siamo riuniti per decretare il vincitore e assegnare il premio come miglior documentario di questa edizione. Il titolo è stato attribuito a Strange Fish di Giulia Bertoluzzi, un film toccante e necessario sul tema dei migranti, incentrato su un gruppo di pescatori Tunisini che si sono presi l’onere e l’onore di recuperare i corpi delle vittime del mare e dar loro degna sepoltura.

Il Festival, arricchito da masterclass, workshops e panels in collaborazione con istituzioni, associazioni di categoria e professionisti del settore, si è poi concluso domenica 16 settembre con una serata di premiazione a cui hanno partecipato registi, produttori e membri della giuria, unanimi nell’affermare quanto la rassegna sia stata anche quest’anno un successo.

É stato un piacere poter vivere questa esperienza unica. Ho portato a casa con me l’atmosfera avvolgente della piccola sala cinematografica in cui ho passato i miei tre giorni da giudice, l’incentivante confronto con gli altri membri della giuria e la consapevolezza di quanto la realtà sia variegata e ricca di storie da raccontare.

Alessandra Gennaro

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