PRIX ITALIA 2017: Controllo e qualità dell’informazione come strategie di contrasto alle fake news

Nell’ultima giornata del Prix Italia, noi di CIMO siamo stati al Palazzo Giureconsulti per seguire il workshop “Le fake news come sfida per riconquistare la fiducia del pubblico”. Ospite speciale Massimo Gramellini.
L’incontro si apre con una conversazione tra il moderatore Andrea Montanari, direttore del Tg1 RAI, e Massimo Gramellini, scrittore e vicedirettore del Corriere della Sera. Gramellini rileva una perdita di autorevolezza da parte dei giornali, come dimostrato dalla storia di un fantomatico senatore Cirenga che avrebbe annunciato l’approvazione in Senato di un fondo per parlamentari in crisi, a cui è seguita la reazione della gente con critiche ai telegiornali per non aver riportato la “notizia”. Gramellini riflette poi sulla dittatura dell’istante: “non appena la bufala entra nel circuito, il giornalista deve inseguirla controllandola subito, altrimenti resta indietro rispetto agli altri giornali”. Montanari, invece, riconosce un’informazione polarizzata tra calda, dell’istante, e fredda, della riflessione, e richiama un sito, Slow News, in cui le persone suggeriscono di procedere lentamente con le informazioni.

Secondo i due giornalisti le bufale funzionano perché “si mettono in sintonia coi pregiudizi dei lettori” e si diffondono laddove c’è ildesiderio di rispecchiamento delle proprie idee”. Si pone allora un problema di subcultura, dovuta a una perdita di autorevolezza delle istituzioni. Un altro problema delle fake news, secondo Gramellini, è che si è costretti anche a smentirle, rilanciandole ulteriormente e creando un circolo vizioso. Lo stato d’animo del lettore oggi è duplice: da un lato non crede più a nulla, ma, dall’altro, è disposto a credere a qualunque cosa. Per Montanari “siamo creduloni ma fino ad un certo punto” e mostra fiducia nell’autorevolezza delle notizie del servizio pubblico radiotelevisivo.

Ma quali strategie adottare contro le fake news? Secondo Nabil Wakim, direttore dell’innovazione editoriale di Le Monde, i giornalisti, per riconquistare la fiducia dei lettori, devono verificare e controllare e, quando non hanno chiarezza sull’informazione, essere onesti ammettendo di non saperlo. La testata, attraverso lo strumento Décodex, classifica i siti da più a meno affidabili al fine di allertare gli utenti. Le Monde interagisce molto coi lettori, anche più giovani, utilizzando Snapchat, di successo in Francia, su cui “convertiamo lo stile di Le Monde in qualcosa di più comprensibile per 13-18enni” per l’accesso a un giornalismo di qualità. È stato ristrutturato anche il sito web, creando un prodotto ad hoc per i lettori e accogliendo suggerimenti in un’ottica di trasparenza.

Massimo Russo, capo della divisione digitale del Gruppo Editoriale GEDI, ha parlato del rapporto tra giornalismo e video live. Il video che ha cambiato la storia del web risale al luglio 2016, quando una ragazza afroamericana riprende in diretta la morte del fidanzato ucciso da un poliziotto. Tale video, dapprima rimosso da Facebook, viene poi ripostato, perché, secondo Zuckerberg, raccontava un problema della società. “Cambiano le regole del gioco: all’improvviso restiamo tutti impotenti di fronte alla brutalità dei fatti, senza più alcuna mediazione giornalistica”, commenta Russo. Partendo da questo, il Gruppo GEDI ha sfruttato il potenziale delle dirette, girando l’obiettivo verso punti di vista nuovi. Ad esempio sono stati girati filmati amatoriali dai migranti durante la loro traversata in mare, da cui è nata la webserie “Com’è profondo il mare”. Secondo Russo le testate, vittime dello “sciacallaggio del click“, piuttosto che lasciarsi calpestare dai fatti, dovrebbero interpretarli, perché il codice deontologico vieta al giornalista di pubblicare fatti e immagini lesivi della dignità della persona.

Philippe Colombet, capo delle relazioni strategiche di Google, parla dei progetti nella distribuzione informativa. “Molti in Google credono che stiamo vivendo un momento straordinario per l’informazione” ed esiste un ecosistema dell’informazione ancora sostenibile. Vanno però riconosciute le opportunità tecnologiche nella distribuzione di contenuti, con progressi anche nell’intelligenza artificiale. Di fronte alle “bolle di disinformazione”, Google ha sviluppato iniziative come News Lab, progetto fondato su alcuni pilastri come “fiducia e verifica”, che consente agli editori di trasmettere informazioni già verificate col fact-checking. Google, così, etichetta notizie di qualità, permettendo agli utenti di distinguerle dalle bufale.

La questione del fact-checking riguarda anche l’EBU, European Broadcasting Union, consorzio delle tv europee di servizio pubblico. Justyna Kurczabinska‏, responsabile dell’Eurovision News Exchange di EBU, afferma che il quarto potere non sono più i media ma proprio le bufale. Nonostante la crisi dei mass media, i broadcaster tradizionali “sono in buona forma”, sostiene. EBU ha aperto un servizio di distribuzione di contenuti provenienti dagli utenti, e possiede un gruppo di 500 giornalisti riuniti in spazi collaborativi dove controllano gli UGC, notificano le tv, forniscono liste di notizie fresche, producono newsletter quotidiane. A fine 2016 l’EBU ha riscontrato molte iniziative di fact-checking da parte del servizio pubblico mondiale orientate all’alfabetizzazione mediatica.

Sotto il “diluvio informativo” proveniente dall’esterno dei canali editoriali basta l’autoregolamentazione degli editori? Così Montanari rilancia un secondo giro d’opinioni. Secondo Russo oggi c’è un problema di fiducia e il Trust Project, a cui il Gruppo GEDI ha aderito, lavora per riacquistarla. Editori, giornali e i siti aderenti al progetto, inseriscono nei propri prodotti giornalistici informazioni aggiuntive: chi è l’autore, da dove viene, qual è la politica di correzione della testata, riponendo il lavoro giornalistico al centro dell’attenzione delle persone. Colombet valorizza il dialogo tra piattaforma distributiva e produttore di contenuti, ma anche con la società civile e con le ONG. Anche Wakim crede nelle partnership delle testate coi distributori di contenuti, distinguendo le fonti d’informazione, perché le leggi nazionali non costituiranno la soluzione. La Kurczabinska afferma che l’EBU, che controlla e distribuisce user-generated content, punta sul quality journalism per riconquistare la fiducia verso i media. Montanari, infine, riconosce cruciale la filiera dell’autoregolazione e del controllo da parte degli editori, ma occorre altresì produrre una cittadinanza critica per fruire dei prodotti non solo degli editori tradizionali ma anche delle nuove piattaforme che distribuiscono contenuti.

Francesca De Leo

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