Siete pregati di accendere i telefoni cellulari!

Nei musei, grazie alla tecnologia, la cultura e l’arte diventano interattive. Avete presente i cartelli che tappezzano i musei? I divieti di usare il cellulare, di fotografare, di riprendere? Bene, dimenticateli.

Già, perché negli Stati Uniti i direttori dei musei hanno finalmente capito che è inutile demonizzare cellulari e smartphone. Hanno ben chiaro che non si tratta di mode passeggere. Quindi, al posto di perpetrare una guerra impari contro la tecnologia mobile, numerose istituzioni stanno sfruttando la tecnologia a loro vantaggio, mostrando come cultura e arte possano essere tutt’altro che noiose e obsolete. Ecco le strategie adottate finora:

Niente guida, basta l’app:  il Brooklyn Museum ha puntato sul dialogo con gli esperti, sviluppando un’app che permette ai visitatori di fare domande in tempo reale ai curatori della mostra. Il Guggenheim e il Metropolitan, invece, hanno preferito investire sulla puntualità delle informazioni, creando un’applicazione che segue passo per passo i turisti nelle diverse sale usando la tecnologia Bluetooth. In questo modo si possono offrire dati, curiosità e aneddoti al momento giusto davanti all’opera giusta, senza ridurre la visita a una veloce lettura dei cartelli esplicativi multilingue, spesso più affollati di una metropolitana nell’ora di punta. Ma il Bluetooth è solo il primo step: presto queste applicazioni useranno il GPS, così finalmente potremo abbandonare le cartine pieghevoli e pianificare il nostro percorso come facciamo con Google Maps.

Realtà aumentata e realtà virtuale: immaginate di vedere delle sparute ossa di dinosauro. E poi di puntarci contro il cellulare e di vedere quel bestione in carne e ossa, che vi guarda e si sposta con voi nella sala come in Una notte al museo. Tutto questo è già realtà al Royal Ontario Museum. Mentre all’Università della California del Sud un gruppo di ricercatori sta raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento per creare ologrammi in 3D in grado di interagire con le domande dei visitatori. In Europa, il British Museum sta sperimentando l’uso di headset per la realtà virtuale, facendoci vivere qualche attimo nel rifugio di un uomo dell’età del bronzo per poi portarci davanti alla maestà del Partenone appena costruito.

Il museo in tasca: ad Amsterdam il Rijksmuseum ha aperto tutte le porte, quelle reali e quelle virtuali: ha reso disponibile online la sua intera collezione, che è ora scaricabile, riproducibile, modificabile. Si tratta di un’operazione senza precedenti, una vera rivoluzione copernicana nel mondo del sapere. Anche Google si sta muovendo in questa direzione: da luglio ha messo a disposizione un tour di 20 tappe tra musei e siti storici visitabile grazie ai visori VR Cardboard, in modo da mostrare questi luoghi magnifici anche a coloro che non si possono spostare fisicamente.

E in Italia come siamo messi? Stiamo muovendo i primi passi. Alcuni hanno afferrato il concetto: la foto di un visitatore soddisfatto postata sui social vale più di mille locandine. Quindi nei musei civici e al Museo Egizio di Torino, alla Mole e agli Uffizi (anche se il flash rimane rigorosamente bandito) è stato dato il via libera ai selfie. Mantova, capitale della cultura italiana 2016, si è proposta come la prima città «phygital», dove un’app funge da guida turistica per segnalare e raggiungere i luoghi di interesse storico-artistico e, inquadrando un affresco o un quadro, grazie alla realtà aumentata, si potranno ricevere tutte le informazioni sull’opera in questione.

La direzione da seguire è chiara: non spaventarsi davanti alla tecnologia, ma usarla per riumanizzare la cultura. Già si intravede una storia più interattiva, più da scoprire e meno da osservare, in cui il visitatore non è più passivo, ma è parte integrante del processo di diffusione del sapere. Verrà il giorno in cui troveremo il cartello all’ingresso dei musei con scritto: “Siete pregati di accendere gli smartphone”.

Ilaria Rossini

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