Questione di ambiente e contesto: dagli anni ’90 a Netflix, passando per Ugly Betty

Era un dopopranzo settembrino, in un’aula affollata e ancora afosa si svolgeva la seconda lezione di Media studies and cultural history tenuta dalla professoressa Mariagrazia Fanchi. Due elementi, di non pari rilevanza, stemperavano il clima: un timido ventilatore, in un angolo, e la curiosità generale verso il tema trattato.

Si riflette sul modello ecologico dei media, in particolare: l’influenza dell’ambiente sullo sviluppo di un prodotto mediale,  affrontiamo il caso della trasposizione del format statunitense “Ugly Betty” incarnatosi in un orientale “Ugly Wudi”. Una produzione cinese, nell’acquisirlo, deve ricodificarlo per un pubblico ben specifico, va detto che la versione americana era fruibile su larga scala.

Questo è il tipico contesto all’interno del quale si innescano, volenti o nolenti, una serie di dinamiche che concernono il tema dell’ambiente. Tenendo ben presente la bibbia del format, ci si scontra con aspetti legislativi, economici e di percezione sociale. Potrà esserci spazio per un Marc, dichiaratamente omosessuale, nella nuova versione?

Tutti questi interrogativi hanno portato la mia mente a fare un salto negli anni ’90, quando per merenda, insieme a uno yogurt alla fragola, trangugiavo con piacere una puntata de La Tata, in originale The Nanny.  La nota sit-com muove i primi passi sugli schermi delle televisioni americane nel 1993, e vede un’esuberante Fran Dresher come mente e braccia della serie: ideatrice, produttrice e sceneggiatrice da una parte e protagonista dall’altra.

Nessuno può cotonarsi i capelli come Francesca, trentenne ciociara, eccentrica ed estremamente persuasiva. Sarà questa dote a farle ottenere, per puro caso, il lavoro come tata dei tre figli di Maxwell Sheffield, vedovo inglese, produttore di teatro a Broadway. Intorno a questo microcosmo graviteranno personaggi altrettanto ben caratterizzati, da Niles il maggiordomo in continuo scontro con la signorina C.C. a zia Assunta e zia Yetta.

L’ironia e i dialoghi perfettamente studiati sono la ciliegina sulla torta delle sei stagioni, i continui riferimenti a Frosinone e all’Italia consentono allo spettatore un’immedesimazione con i processi di emigrazione che, nel secondo dopo guerra, hanno portato un numero cospicuo di italiani nel nuovo continente.

È stato quindi un trauma scoprire che la bella ciociara Francesca è in realtà frutto del doppiaggio nella produzione italiana che, considerato ambiente e contesto, ha scelto di modificare il background ebraico della protagonista, comune alla Dresher stessa.

È un colpo, mi rendo conto: niente riferimenti a Frosinone, niente pizza e mandolino, ma finalmente si chiariscono alcune cose, ad esempio la dubbia presenza del rabbino nella scena del matrimonio. Fran Fine (Francesca Cacace, sempre nei cuori) è ebrea come zia Assunta, nell’originale sua madre, come Yetta, sua nonna.

Dopo essersi seduti, aver respirato lentamente e digerito la notizia, ci si può domandare lecitamente quali siano state le motivazioni dietro questo adattamento. La ragione si trova appunto nell’analisi dell’audience al quale sarebbe stato rivolto, la popolazione italiana risulta aliena agli aspetti della cultura jewish, sarebbe stato complesso e probabilmente sterile una trasposizione diretta dello script statunitense.

Distaccandosi dagli anni ’90 e provando a ragionare sul nuovo millennio, è necessario focalizzarsi sul fenomeno Netflix, che a fine Ottobre, ha compiuto il primo anno di vita sugli schermi italiani.

La questione relativa all’ambiente, sarà così influente nel momento in cui la popolazione italiana ha la possibilità di abbonarsi ed accedere a una piattaforma comune? Vero,  il catalogo cambia da Paese in Paese, ciò nonostante, i contenuti fruibili sono mostrati incensurati e volendo, in lingua originale.

Il dilemma postosi con La Tata circa vent’anni fa, probabilmente adesso sarebbe inutile: questo, da un lato, mostra l’avanguardia tecnologica e dall’altro una maggiore libertà regalata ai singoli, che hanno potuto guardarsi un gioiellino come Stranger Things (ultima serie di successo Netflix) in diretta con gli appassionati del resto del mondo, in un leitmotiv di nostalgia anni ’80 oltreoceano.

Ora noi, nativi digitali, immersi in un universo social, estremamente open-minded, siamo chiamati alla sincerità: se caricassero La Tata su Netflix, lo guarderemmo in inglese o comodamente spaparanzati nella nostra comfort zone, ci godremmo i privilegi derivati da un’ottima applicazione degli insegnamenti tratti dal modello ecologico dei media?

CIMOreporter – Martina Ibba

Annunci