QUELLO CHE INTERNET CI NASCONDE: IL FENOMENO DELLE FILTER BUBBLES

Oggi viviamo, come spesso si sente dire, in un mondo iper-digitalizzato: Internet è diffuso a livello globale e più del 60% della popolazione del Pianeta è connessa alla Rete. Nonostante ciò, con la conoscenza a portata di mano (o quantomeno di smartphone), non tutto è come sembra. Sapevi che ci sono informazioni che Internet ci nasconde? Hai mai sentito parlare di Filter Bubbles?

Il termine Filter Bubble è stato coniato nel 2011 da Eli Pariser, uno studioso americano che nel suo saggio «Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You», definì con questa espressione l’effetto generato dai sistemi di personalizzazione dei risultati di ricerca. Secondo la definizione Treccani, con Filter Bubble si intende «l’ambiente virtuale che ciascun utente costruisce in Internet tramite le sue selezioni preferenziali, caratterizzato da scarsa permeabilità alla novità e alto livello di autoreferenzialità». I motori di ricerca ci conoscono meglio di noi stessi: sanno chi siamo, apprendono le nostre preferenze e ci mostrano ciò che vogliamo rinvenire, tenendoci lontani da punti di vista e opinioni differenti rispetto alla nostra.

Ti è mai capito di fare una ricerca online assieme ad un amico? Hai notato che, nella maggior parte dei casi, i risultati che ti appaiono sono diversi da quelli che compaiono sul device dell’altra persona? Internet conosce le abitudini dell’utente, ciò che gli piace e quello in cui crede. Nulla è lasciato al caso: la persona vede esattamente ciò che voleva vedere e le risposte che trova sono proprio quelle che pensava di trovare. La Rete registra i comportamenti online del singolo, e personalizza i risultati di ricerca di modo che quest’ultimo non si imbatta mai nel dissonante o nell’inaspettato.

Nel 2011 Eli Pariser è intervenuto in un evento TED, in cui ha riflettuto sui pericoli connessi al miglioramento, per certi versi preoccupante, dei sistemi di personalizzazione implementati da Internet e dai principali motori di ricerca. «Sono rimasto sorpreso quando un giorno ho notato che i miei amici conservatori erano scomparsi dal mio feed di Facebook. Quello che ho scoperto che stava succedendo è che Facebook stava guardando su quali link avevo cliccato, e ha notato che, in realtà, stavo cliccando più sui link dei miei amici liberali che su quelli dei miei amici conservatori. E senza consultarmi al riguardo, li aveva modificati. Sono scomparsi», riporta Pariser. Lo studioso americano si rende conto che Facebook (ma non solo) gli mostra esclusivamente contenuti in linea con le sue credenze e opinioni, cancellando tutto ciò che appare diverso e discordante rispetto al suo punto di vista.

Quello che sta succedendo è la creazione per l’utente di una comfort zone personalizzata in cui le sue certezze non verranno mai messe in discussione: lo spazio online in cui si muove lo user è creato a sua immagine e somiglianza e i contenuti che gli vengono proposti sono simili a quelli per cui, in precedenza, ha già mostrato interesse o approvazione. E non è forse così che, quando resi possibili, i confronti interpersonali (o intergruppi) si fanno più accesi ed aggressivi? Oggi ciascuno crede fermamente di avere la verità in mano, non rispetta le idee degli altri e fa sempre più fatica ad accettare chi non la pensa come lui.

In conclusione, Internet è davvero democratico? La Rete stimola veramente la discussione e lavora per la diffusione della conoscenza a livello globale? Quantomeno una riflessione, in un mondo che corre, dal punto di vista della tecnologizzazione e digitalizzazione, sempre più veloce, appare necessaria. Ogni strumento offerto dall’universo del Web 3.0 e ogni avanzamento tecnologico può essere minaccia o opportunità: tutto sta nella capacità di sfruttare i mezzi messi a disposizione adottando uno sguardo critico, ampio e riflessivo.

Marta Bocchi