BOLSONARO, FAKE NEWS E CENSURE: CHI HA RAGIONE?

Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro, attraverso periodiche live-streaming sui social così come attraverso i canali ufficiali del governo, in questo periodo di emergenza sanitaria ha spesso promosso informazioni errate sugli effetti e le cure del Coronavirus, basate su dati sconosciuti o prove scientifiche inconcludenti. Non senza conseguenze.

Infatti, se da un lato tali conseguenze toccano drammaticamente la popolazione brasiliana, dall’altro nel mondo dei social media hanno iniziato a colpire a boomerang Bolsonaro stesso. 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso risale allo scorso 25 ottobre, quando il politico, durante una delle sue regolari dirette Facebook del giovedì, ha affermato che le persone con doppia dose del vaccino Covid potevano “sviluppare la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS)”; questa particolare diagnosi sarebbe emersa da alcuni rapporti elaborati dal governo britannico.

La piattaforma ha provveduto quindi ad eliminare il video, subito scomparso anche da Instagram, mentre Youtube non si è limitato alla rimozione ma ha altresì sospeso il canale del presidente per una settimana. Le scelte in questione fanno capo a una policy censoria ben precisa: infatti, già dal dicembre 2020, Facebook si è impegnato nel cancellare le “affermazioni false che sono smentite dagli esperti di salute pubblica”, collaborando con aziende di fact-checking per farsi assistere in questo processo. Nella fattispecie, le frasi di Bolsonaro sono state verificate come false da numerose autorità sanitarie, così come il governo britannico ha smentito qualsiasi legame con le stesse. 

Queste contromosse da parte dei più famosi social media si inquadrano in un tentativo ben preciso di arginare il comportamento irresponsabile del capo di Stato, che ha senz’altro influito nel rendere il Brasile il paese più colpito dal Covid-19 in America Latina attraverso la sua forte retorica che tende a sminuire i rischi associati alla malattia. Per sostenere questa strategia, diverse forme di disinformazione sono state sfruttate on-line per condurre una pericolosa crociata contro le evidenze scientifiche sostenute dalle istituzioni sanitarie di tutto il mondo. 

In questo scontro tra politica e piattaforme e tra fake news e verità sul Coronavirus, le analogie con il caso Trump non si risparmiano. Anche il tycoon è stato colpito dalla “censura politica, illegale e incostituzionale” delle aziende del Big Tech USA, accusandole di “faziosità” dopo esser stato bannato per due anni dalla maggior parte di quest’ultime. 

Se da una parte è facile accorgersi dei rischi associati alle informazioni fuorvianti veicolate da personalità di questo calibro sui social network, dall’altra parte ci si interroga su quanto sia lecito esercitare la censura nel nome della democrazia – soprattutto da parte di attori che hanno interessi politico-economici rilevanti come Facebook, Instagram, Youtube, Twitter.

Non dobbiamo infatti dimenticare che le reti sociali hanno avuto un ruolo centrale nella diffusione dei discorsi d’odio, un settore in cui sarebbero dovuti intervenire molto tempo fa, considerando che la libertà di espressione non è un diritto assoluto, soprattutto quando stigmatizza e criminalizza gli altri, o mette in pericolo la salute pubblica della popolazione. Tuttavia, nell’era digitale, proibire a politici in carica di esprimersi sui loro canali social può comportare l’apertura di una porta pericolosa. Una porta che sembra perdersi negli algoritmi e nell’immaterialità opaca del mondo digitale.

Il discorso è sicuramente complesso, ma quel che è certo è che la posizione adottata da Bolsonaro sta in ogni caso ostacolando la possibilità di una risposta coordinata a livello nazionale nella lotta al virus; perlomeno, è una buona notizia sapere che le principali tech company a livello internazionale stiano cercando di tutelare tutti quei cittadini che in prima persona sono colpiti dall’infodemia. Infodemia che a differenza di altri Paesi non solo colpisce lo Stato ma nasce dallo Stato stesso.

Lucia Bernabei