JERUSALEMA: SINGOLARITÀ COSMOPOLITA

Quali sono i motivi del successo della canzone tormentone dell’estate Jerusalema? Molto più di parole ritmate e un sottofondo melodico. Una preghiera, una chiamata di accoglienza, un rispetto del passato, un ritmo tribale. Alza il volume e immergiti. La musica nasconde storie di vita.

Avvolti da una tempesta di incertezze, la paura della solitudine arriva trasportata dal vento e impone la sua considerazione. Subito allora insorge la musica per limitare il timore, per farci sentire meno soli. Come arte capace di sconfiggere ogni piccolo grande nemico mentale, proprio ora, durante il periodo macchiato dalla pandemia, si rivela fondamentale. Una porta sul mondo, un porto per navi senza bussola. Cela immedesimazione, impegno, sguardi silenziosi dietro la sonorità. Voglia di inclusione.

La musica salva e a ribadirlo c’è la fortuna avuta, in termini di popolarità, dal brano di Master KG. Il testo scritto nella lingua africana bantu, uscito nel 2019, a distanza di un anno, supera i confini e viaggia nel mondo. Con una potenza unificatrice è stato riprodotto e ballato in modo trasversale da persone diverse in termini di età, professione, cultura. Grazie alla piattaforma TikTok, l’estensore della modernità, Jerusalema ha creato un filo conduttore tra anime scisse.

Nato come gospel, il brano intona una preghiera e diventa inno di speranza. Veicola un messaggio radicato nella sofferenza di un popolo, un messaggio che proprio per la sua ristretta localizzazione diventa emblema di verità. Una richiesta di aiuto, dall’Africa verso tutti per la sua autenticità. Che potenza la globalizzazione!

Jerusalema racconta un genius loci, una storia identitaria che, dal sacro al profano, diventa oggetto di culto tra i più giovani e non solo. Funziona perché parla un dialetto che non ha bisogno di essere capito, perché fa trasparire le radici dietro una popolarità ottenuta ma non programmata. Esempio di una comunicazione riuscita a prescindere dal medesimo codice linguistico, dalla vicinanza tra parlanti, dall’omologazione. Una comunicazione riuscita perché creatrice di un’empatia che dal micro arriva al macro.

La mangia del dettaglio universale si completa poi con un altro aspetto interessante della canzone: la chiamata alla partecipazione. La nostra società si contraddistingue per un bisogno di inserimento, di introduzione, per quella necessità di sentirsi parte di qualcosa di più che una semplice quotidianità circolare. Specialmente dopo l’irruzione del muto Coronavirus, entrato in punta di piedi senza annuncio, la voglia di condivisione è esplosa. Cosa c’è di meglio quindi di una challenge che nasconde la fatica dietro l’energia? Tre, due uno, via. Parte la musica, inizia il ballo virale. Tratteniamoci in questa sede dall’iniziare il movimento saltellante e soffermiamoci sul gesto simbolico. La coreografia ricorda atti tribali e ripota ai primordi dell’umanità. Storie che si ripetono, miti, sentimenti, volti che si guardano con un unico obiettivo: essere insieme.

Virginia Leonardi