VERA GHENO: L’IMPORTANZA DELLE PAROLE NELL’ERA COVID-19

Televisione. Radio. Periodici. La pandemia è un tema spalmato su qualsiasi mezzo di comunicazione. Bisogna saperne parlare. Vera Gheno, sociolinguista, riflette con noi sul peso delle parole e sulla loro importanza in un 2020 inaspettatamente complesso.

In questo periodo siamo immersi in un flusso continuo di informazioni legate al tema Coronavirus. Parlando dei media, quanto conta la scelta delle parole giuste per veicolare concetti complessi?

In realtà questo discorso non dovrebbe riguardare solo i mezzi di comunicazione di massa, infatti la responsabilità risiede anche nei fruitori, ormai figure attive nel panorama mediale. Operiamo tutti un distanziamento dalle questioni del mondo, scansandoci dai comportamenti virtuosi che dovremmo assumere. Noi siamo uno snodo fondamentale nella circolazione dell’informazione e bisogna prenderne atto.

Sorge spontanea una domanda: cosa s’intende per ‘parole giuste’?

Non dobbiamo selezionare i termini giusti e ghettizzare quelli sbagliati, perché ogni parola vive nell’ambiente in cui la inseriamo. Ci sono tre semplici coordinate da seguire: riflettere sul contesto, sugli interlocutori e sulle proprie reali intenzioni comunicative. Devo essere consapevole, ciò che scelgo di dire e di non dire ha delle conseguenze sugli altri e sulla nostra reputazione.

Focalizziamoci proprio sui concetti di termine e contesto. In questi mesi si è fatto riferimento spesso a metafore belliche (la pandemia interpretata come una guerra, per intenderci). Scelta condivisibile?

Assolutamente no. La metafora bellica modifica la percezione dell’opinione pubblica, portandola a cercare un nemico: prima i cinesi, poi i lombardi e via discorrendo. Abbiamo iniziato a volere a tutti i costi un colpevole.

Potremmo definire la scelta di terminologie violente un riflesso della società?

Noi cerchiamo sempre un estraneo a cui addossare le colpe, questo perché l’essere umano istintivamente è xenofobo, intimorito dalla differenza. Questa paura viene superata culturalmente, non biologicamente, attraverso lo studio e la riflessione.

Aggiornarsi sulla situazione pandemica attuale risulta incredibilmente semplice, stiamo assistendo ad un vero e proprio sovraccarico informativo. In alcuni casi, non sarebbe stato meglio optare per il silenzio?

Senza alcun dubbio. Ormai è una corsa alla notizia più drammatica e scioccante. L’errore riguarda equamente media e medici; la comunità scientifica avanza anche attraverso il dissenso, ma questo scambio di opinioni discordanti crea incertezze nel fruitore. Bisogna operare una distinzione tra la comunicazione endoriferita (interna all’ambiente) ed esoriferita (ad ampio spettro). La divulgazione è una branca specifica, servirebbero dei portavoce, non orde di studiosi su ogni emittente. Questa confusione avviene proprio a causa di uno scarso lavoro legato alla comunicazione esoriferita. La disputa tra ‘morire di Covid o morire per Covid’ è un esempio emblematico; si tratta di una differenza importante sul piano scientifico, ma spiegata in maniera superficiale in tv, rende il medico una figura disumana. Ciò che diciamo può causare danni permanenti alla reputazione, per questo si deve contare fino a dieci prima di dire qualsiasi cosa.

Abbiamo detto che noi, in quanto fruitori attivi, abbiamo delle responsabilità quando comunichiamo. Andremmo tutti ‘rieducati’ dal punto di vista linguistico?

Certamente. La rieducazione dovrebbe partire da una diversa concezione dell’insegnamento linguistico a scuola, imparando a riflettere sul potere della parola. La complessità della società richiede di passare da un insegnamento nozionistico a un sapere argomentato, in breve: ragionare sui perché. Non incolpo i docenti per questa mancanza, infatti identifico il problema nello scollamento tra chi si occupa a livello burocratico di istruzione e chi, invece, la scuola la vive tutti i giorni.

Serena Curci