#IORESTAVOACASA: LA COMUNICAZIONE DI UN PARADOSSO

È fine maggio, attualmente ci troviamo quasi al termine della fase due. Tra qualche settimana riprenderemo a muoverci tra regioni e, chissà, qualcuno tra noi avrà acquistato un biglietto aereo per volare a Ibiza. Il tempo è trascorso inesorabile, ci siamo chiusi in casa con indosso maglioni e pellicce ed ora usciamo a prendere un caffè (grande traguardo) con le mascherine personalizzate, in t-shirt e pantaloncini. Sembra quasi paradossale eppure eccoci qua. 

Tutto ha avuto inizio il 21 febbraio, in quei giorni la confusione regnava sovrana. Quando si è iniziato a fare chiarezza abbiamo assistito ad un fermo generale, soprattutto a livello comunicativo. 

I brand dovevano parlare al proprio pubblico ed in qualche modo portare avanti il loro lavoro, ma come? La quarantena ha comportato un cambio dei consumi e delle abitudini. Se, da una parte, la produzione subisce modifiche, deve necessariamente farlo anche la comunicazione, tanto nella forma quanto nel contenuto. 

In prima istanza si è pensato di perseverare nella diffusione delle campagne già in atto o nel riproporre qualcosa che fosse stato lanciato in precedenza. Che sensazione avrebbero però suscitato immagini di vita quotidiana, di vicinanza alle persone, di viaggi, cene ai ristoranti e così via?

Le possibilità erano due: la prima che definiamo “effetto 41bis”, ossia ricreare nelle persone la stessa sensazione che prova un carcerato costretto alla reclusione, e la seconda di cui parliamo come “effetto video gioco”, quello che gli psicologi definiscono come fuga dalla realtà, dando al consumatore la possibilità di evadere nei 30 secondi di spot. 

Nasce #iorestoacasa l’hashtag che racchiude un’univoco senso di responsabilità sociale, un grido comune all’intera popolazione, diventato virale nel giro di qualche giorno. È stato proprio quest’impegno pubblico a fare da “bandiera” portata in alto da tutti i brand, soprattutto nelle loro comunicazioni.

C’è stato chi ha pensato di lanciare messaggi andando ad agire sui loro stessi loghi: impossibile non aver visto l’immagine ritraente gli archi distanziati del logo di McDonald’s, scelta ingegnosa messa in atto al fine di ricordare in modo diretto ed immediato il distanziamento sociale cui si è costretti a mantenere: #distantimauniti

Altri invece hanno ritenuto più adeguato un tone of voice “leggero” rammentando al pubblico le regole da rispettare attraverso la strategia comunicativa del “sorriso”. Il web è stato bombardato dalla campagna dal nome “The Spoiler Billboard” che è stata erroneamente attribuita alla piattaforma streaming Netflix. Purtroppo dobbiamo smentire la notizia, in quanto si tratta di una campagna prodotta da due studenti di Bangkok dotati di notevole maestria, che hanno messo a punto dei mockup sparsi per le strade della città, al fine di generare un’allerta spoiler (ben riuscita). Un metodo veramente geniale di invogliare la popolazione al rispetto della quarantena. 

Poi c’è chi come Nike ha spinto molto sulla sua community e sul senso di appartenza: «If you ever dreamed of playing for millions around the world, now is your chance. Play inside, play for the world». Un copy apparentemente semplice è stato in grado di colpire il cuore delle persone e, soprattutto, farle ragionare su quanto l’azione del singolo possa risultare necessaria per la collettività.

Ricordiamo infine tutte le iniziative e le challenges che hanno trovato ampia diffusione all’interno dei social media. Le stesse che ci hanno dato modo di (ri)scoprire la bellezza delle “piccole cose”, dal canto sui balconi alle 18:00 in punto, agli applausi di intere città come forma di ringraziamento verso la Protezione Civile, i medici e gli infermieri, colonna portante dell’intero Paese durante questo lunghissimo periodo. 

La creatività è infinita. La creatività ci ha regalato sorrisi e ci ha fatto compagnia in questo “strano” percorso. Ad oggi le affidiamo un nuovo ruolo, quello sociale, e siamo in attesa di scoprire cosa ci riserverà in futuro

Greta Coccia