Mr. Robot

MR. ROBOT: IRREQUIETUDINE CHE NON È FOLLIA

Avete nel cuore uno show, una storia, che vi aiuta ad accedere agli stadi più profondi della vostra psiche? Io si, e per questo oggi voglio parlarvi di Mr. Robot, forse la serie più emblematica del decennio appena trascorso e la più complessa con cui, personalmente, mi sono confrontata negli ultimi anni. E non a caso parlo di “confronto” perché la serie ideata, scritta e diretta da Sam Esmail mette intensamente alla prova lo spettatore chiamandolo ad un’azione cognitiva unica nel suo genere, un processo in continuo divenire e che, allo stesso tempo, non lascia spazio ad interpretazioni ulteriori o superflue.

Elliot Alderson è un giovane ingegnere informatico che si barcamena tra la dipendenza da morfina e l’amore non dichiarato per la sua migliore amica, Angela. Tecnico in una grande corporation di giorno, hacker di notte nella sua felpa scura e il cappuccio da vigilante, sembra che il ragazzo abbia trovato qualcuno con i suoi stessi sintomi, l’insofferenza verso una società corrotta, quando viene avvicinato un giorno da Mr. Robot e dalla sua segreta fsociety, un’organizzazione anarchica che sta pianificando la rivoluzione (qui un’altra riflessione proprio sul ruolo delle rivoluzioni nelle serie tv) contro i grandi malvagi dell’informatica, prima tra tutti la E (Evil) Corp che, oltre ad aver sottratto per anni denaro ai propri clienti, è anche responsabile della morte del padre di Elliot e della madre di Angela.

Non voglio dirvi troppo sulla trama, sarebbe inutile e fuorviante – e richiederebbe anche un enorme SPOILER ALERT! – perché tutto, in Mr. Robot, sta dietro i codici di quello schermo (che vi invito ad accendere per guardare la serie!) e della psiche umana, nascosti in piena vista attraverso gli occhi di un protagonista apparentemente distaccato dal mondo ma che, per la verità, è in grado di tirare i fili invisibili che legano le relazioni umane, macchinosamente astratte dalla realtà in cui si instaurano.

La serie di USA Network non a caso è un campione di critica e di pubblico: da un lato un’analisi sottile e uno straordinario esercizio tecnico di scrittura, dall’altro un affondo lucido sulle angosce della società che stordisce lo spettatore, lo lega ai ricordi e alle allucinazioni del protagonista e ne fa correre le tensioni lungo la rete invisibile che costituisce il sistema nervoso, o meglio nevrotico, dello spettacolo che ha davanti.

A tutto ciò sicuramente concorre un cast dal respiro unico, la cui affinità si svela per altrettante sottigliezze: il recente premio Oscar Rami Malek (Bohemian Rhapsody) – preziosa “scoperta” che dobbiamo soprattutto a questa serie -, Christian Slater e Carly Chaikin in prima linea ma affiancati da numerose controparti che frammentano e riassemblano la trama con irrequieta precisione spiegandone le diverse cornici concentriche.

Quattro stagioni che sono quindi anche quattro (macro) livelli diversi di consapevolezza: un viaggio claustrofobico e vorticoso tra le pieghe della psiche individuale e collettiva da cui nessuno studioso, sociologo o appassionato di cinema e serie tv dovrebbe esimersi. Consigliarvi questo capolavoro – e raramente mi permetto l’uso del termine – è per me quasi una responsabilità.

Simona Riccio