CHIAMAMI COL TUO TUO NOME: il desiderio e la malinconia

L’Italia ha avuto, fin dall’istituzione nel 1957 del premio a miglior film straniero, un rapporto particolare con gli Oscar. Ad un primo quarantennio di successi con le pellicole di Fellini e De Sica, è seguito un lunghissimo vuoto interrotto da qualche sporadico riconoscimento, incluso il trionfo de La Grande Bellezza nel 2013. A cinque anni dalla vittoria del film di Sorrentino, l’Italia sembra essere tornata nelle grazie dell’Academy con Chiamami Col Tuo Nome, ultimo film del regista palermitano Luca Guadagnino e tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, che si è aggiudicato 4 nomination, inclusa quella per miglior film (non film straniero, trattandosi infatti di una co-produzione italo-franco-americana).

Quello di Chiamami Col Tuo Nome sembra, sulla carta, un soggetto selezionato a tavolino per adattarsi al contesto fortemente politicizzato dei premi Oscar: si parla infatti di amore omosessuale e di tensioni romantiche, ma anche (velatamente) di accettazione e di dinamiche familiari. Lungi però dallo sbandierare con leggerezza la “tematica gay” tanto in voga negli ultimi tempi. Il film di Guadagnino sorprende, commuove, lascia senza fiato. Si racconta l’infatuazione che il giovane Elio (un incredibile Timothée Chalamet, nominato come miglior attore protagonista) sviluppa durante l’estate del 1983 per Oliver (Armie Hammer), studente americano ospite della famiglia del protagonista. Il regista fa sfoggio di un tocco e di una delicatezza rari nella messa in scena dei turbamenti interiori e dell’evoluzione dei rapporti umani tra i personaggi.

Traspare sopra ogni cosa il gusto personalissimo (e italianissimo) di Guadagnino nell’inquadrare un contesto che è parte integrante del racconto: la città di Crema e la sua campagna stringono un rapporto di fertile integrazione con i ritmi di una narrazione che scorre con placidità. La resa dei tempi dilatati ed estenuanti di un’estate infinita, colma di momenti vuoti e di meditazione, avvolge luoghi e personaggi in una sfera di georgica tenerezza. Difficile mettere a parole le impressioni tangibili, corporee che emergono dalla visione di una pellicola del genere. L’elemento sensoriale svolge qui un ruolo fondamentale: i suoni, gli odori e i sapori del film sembrano quasi bucare lo schermo. “Chiamami Col Tuo Nome” è un film dove la fisicità della scena irradia ogni cosa: si potrebbe quasi parlare di esperienza tattile.

Il film di Guadagnino è quanto di più universale e totalizzante sia stato prodotto dal cinema italiano negli ultimi anni. Etichettarlo come “pellicola gay”, come risulterebbe sicuramente più facile alla prima visione per gran parte del pubblico, sarebbe quanto di più scorretto e inesatto possibile. Non si tratta di un film d’amore ma di un film sull’amore, erotico nel senso più totale e completo del termine. Chi si aspetta una pellicola tipicamente “da Oscar”, carattere che la campagna pubblicitaria del film ha chiaramente voluto sottolineare, resterà deluso. Chi invece sarà disposto a lasciarsi andare ai suoi tempi infiniti e alla sua malinconica bellezza rimarrà profondamente soddisfatto. Chiamami Col Tuo Nome, lontano dalle dinamiche tipiche dei film sentimentali a cui siamo abituati, è un gioiello di tematica universale ma dal cuore puramente nostrano di cui dovremmo essere orgogliosi.

E ora aspettiamo solo la notte degli Oscar (4 marzo 2018) per vedere quale premio si aggiudicherà.

Giacomo Placucci

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