ON AIR: LE TECNICHE ESSENZIALI PER UNA RADIOCRONACA. QUANDO IL SUONO SCOLPISCE IMMAGINI

Luci spente, microfoni accesi. Immagini di vita quotidiana che scorrono su uno schermo, pronte ad essere scolpite con le parole. In un’atmosfera del tutto insolita si è svolto, sabato 3 dicembre, il quarto incontro del team di ON AIR. Tra i banchi a fare lezione un gigante del giornalismo radiofonico, Paolo Aleotti.

Giornalista professionista, è stato corrispondente per 10 anni negli Stati Uniti per la Rai, Paolo Aleotti nel corso della sua carriera ha intervistato perfino Donald Trump, attuale Presidente USAHa realizzato inchieste e documentari per Ballarò in quasi tutto il mondo: dalla Giordania alla Siria, dalla Polonia all’Iran. Fino al 2007 era curatore del programma Che tempo che fa in onda su RaiTre. Dal 2002 è Professore di giornalismo radiotelevisivo per il Master di Giornalismo della Fondazione Basso a Roma. Da qualche anno ha scelto però un posto nel mondo un po’ diverso. Collabora infatti con la II Casa di reclusione del Carcere di Bollate e l’Università Cattolica per la realizzazione di documentari audio e video sulla vita dei detenuti. Un gigante buono che ha esordito dicendo: <<Nonostante gli anni di esperienza mi sento sempre un po’ spaventato di fronte ad un microfono perché pretendo sempre il massimo da me stesso>>.

pavoletto

Paolo Aleotti

Il cuore del laboratorio è stata la radiocronaca, insieme ai suoni della radio in particolare nel documentario e nell’inchiesta. I ragazzi sono partiti dalle regole essenziali, utili anche per la loro web radio, la creatività, l’empatia e, da non sottovalutare, la dizione. I linguaggi e gli stili sono in continua trasformazione ma la precisione e la professionalità non possono essere messi da parte. Una lezione forte per chi da grande sogna di diventare giornalista arriva da un audio di Tiziano Terzani, giornalista della carta stampata e autore di importanti romanzi che il Dottor Aleotti ha fatto ascoltare per far capire cosa è necessario a una radiocronaca, spesso in contrasto con ciò che viene insegnato nelle scuole di giornalismo: <<La cosa importante che ogni giornalista deve compiere è imparare a contestualizzare ciò di cui sta parlando,  è necessario leggere tanto, anche di storia. –afferma Terzani- Troppo spesso si racconta ciò che si vede al microscopio ma c’è bisogno del cannocchiale>>.

20161203_123754

La classe con Paolo Aleotti

Sulle note di questo dolce amaro insegnamento non poteva mancare l’ascolto di una delle prime radiocronache degli anni dopo la Guerra. Una riflessione importante perché erano questi gli anni in cui si creava la nuova lingua. Il racconto di Paolo Valenti, celebre giornalista e conduttore televisivo italiano, dura pochi secondi e illustra, con parole semplici, la vittoria di Livio Berruti nella finale dei 200 metri alle Olimpiadi di Roma del 1960. Racconta con gentilezza, senza alcuna volgarità, la vittoria tanto attesa dell’Italia. <<Ha vinto Berruti, ha conquistato la medaglia d’oro per l’Italia. L’atleta italiano si  abbatte sulla pista stroncato dall’enorme sforzo, ma si rialza subito e corre a testa alta ad abbracciare i suoi avversari>> urla Valenti nel microfono. Un esempio che i professionisti dell’informazione, Paolo Aleotti compreso, prenderanno come punto di riferimento per le loro radiocronache.

20161203_111654

Una studentessa in un esercizio in classe

In seguito si è toccato il tema dei linguaggi che cambiano dai documentari alle inchieste radio. Rispetto ai primi radio documentari oggi non è possibile utilizzare un unico linguaggio ma ne occorrono tanti e diversi, che catturino l’attenzione dell’ascoltatore, inserendo magari suoni particolari.

Tra gli insegnamenti più importanti, durante la lezione, è d’obbligo citare quelli estrapolati dai radio documentari realizzati da Paolo Aleotti nel suo percorso lavorativo. Il primo ascoltato si chiama “Il cibo in carcere”. E’ un documentario del 2015 prodotto all’interno del Carcere di Bollate. Tema del cibo inevitabile per via di Expo. <<Il problema era capire in che modo si potesse parlare di carcere e come agganciare il radioascoltatore al pezzo che andava in onda. –spiega Aleotti- Il documentario inizia con la voce di un uomo che per colazione mangia  8 albumi d’uovo. La narrazione è però accompagnata in sottofondo dal brano di Renzo Arbore “A nuje ce piace magnà”>>. La descrizione della giornata in carcere continua,  all’improvviso cessa Arbore e attacca De Andrè con Don Raffaè, nessuna canzone più adatta per contestualizzare il racconto. L’ideazione e la produzione è fatta dagli stessi detenuti e ci sono ben 30 voci narranti, tra carcerati e studenti dell’Università Cattolica partecipanti al progetto. L’obiettivo è che le voci si confondano.  L’altro documentario è “Come leoni in gabbia”. Inizia con rumori, odori e la voce di una donna che intona un canto indiano, talmente forte e particolare che pare di essere lì davanti a lei, attorno ad un fuoco e magari vestiti da indios.

20161203_114456

A seguire non sono mancate le regole essenziali per come si scrive in radio:

  • Sintesi
  • No agli aggettivi
  • No alle parentetiche

Tra i consigli di Paolo, è spiccata la capacità di trasmettere un’emozione. Restare sulle cose e viverle, come ha saputo fare lui intervistando, in USA, quattro detenuti che il giorno dopo sarebbero stati uccisi.

Al termine della lezione i ragazzi si sono messi alla prova. Luci spente, microfoni accesi e immagini proiettate da raccontare con semplicità ma con attenzione minuziosa dei particolari. Da Che Guevara a Naomi Campbell, ragazzi e prof si sono cimentati a scolpire immagini nella mente di chi ascoltava.

CIMOreporterMarilisa Laviola

Annunci