GIANNI BERENGO GARDIN: LA FOTOGRAFIA COME FORMA DI RACCONTO

L’avvento dello smartphone ha reso accessibile a tutti la pubblicazione e la circolazione delle immagini, in rete e sui social. Scelgo un filtro che valorizzi la saturazione oppure i colori tenui, un po’ di contrasto, quasi quasi ci aggiungo pure un hashtag….ecco la mia foto è pronta per essere postata! Ma è forse possibile ridurre la fotografia a questa spirale mediale? Cosa rende un’immagine realmente unica e speciale

Rispetto a questi interrogativi è stata prodotta un’ampia riflessione assieme a Gianni Berengo Gardin, illustre figura del panorama fotografico italiano. Gardin ci ha mostrato i tratti salienti del suo lavoro, che ha sempre svolto con grande amore e passione sincera. Il suo intervento è stato arricchito dai commenti della Psicologa e Psicoterapeuta Francesca Belgioioso, dai docenti Gabriella Grilli, Giuseppe Scaratti, Silvio Ripamonti, dal consulente e membro di “ARIELE” Pino Varchetta, e dal direttore marketing di “Leica Camera Italia” Andrea Pacella. Grazie alla collaborazione del team è stata possibile la realizzazione di questo seminario, dal titolo: “Fotografia: Identità, Società, Memoria”.gardin 3 Il Signor Gardin si è dichiarato sin dall’inizio un vero tradizionalista, amante dell’analogico: rullini e Leica sono suoi preziosi compagni di vita. La sua posizione di diffidenza nei confronti del digitale non è infondata, infatti, a partire dalla sua introduzione, alcuni valori artistici essenziali stanno perdendo consistenza. L’immagine merita un elevato livello di attenzione, essa è in primo luogo “sostituzione di un’assenza” e, in quanto tale, dispone di un denso potenziale emotivo. Immagine è anche racconto ed espressione. A questo proposito Gardin distingue due tipologie di fotografie, quelle BELLE e quelle BUONE. La differenza fra le due è abissale.

 Non è detto che una fotografia bella, che rispetti canoni estetico-tecnici, sia necessariamente coinvolgente.gardin 2.jpg Ciò che realmente conta è che l’immagine sia in grado di trasmettere un racconto e che attivi le nostre capacità sensoriali su più livelli. L’occhio è l’organo sovrano, che riceve lo stimolo, lo registra e poi lo reinterpreta tramite sensazioni. Per questo motivo siamo paradossalmente attratti da una fotografia “buona”, magari meno spettacolare, ma che sia in grado di fare breccia nella nostra emotività. Per tutti i suoi lavori Gardin ha sempre utilizzato l’obiettivo della sua Leica in modo totalmente spontaneo. Tuttavia, prima di cominciare un progetto, ha sempre definito in modo chiaro e coerente le linee guida da seguire per la “narrazione” da immortalare.

Nei suoi molteplici reportage ha dato grande importanza al contesto in oggetto, ma soprattutto alle persone che ne facevano parte. Due dei suoi primi progetti realizzati si pongono come obiettivo quello di raccontare le meraviglie di Parigi (1954) e Venezia (1960), tramite scatti rubati agli abitanti del posto. Il suo lavoro presso la capitale francese lo ha avvicinato a fotografi di talento, come Henri-Cartier Bresson.GARDIN BACIO  Proprio in questa città nasce la sua passione nell’immortalare baci tra giovani innamorati.

In Italia, fino agli anni ’50, era vietato dalla legge baciarsi in pubblico, mentre a Parigi era tutt’altro che un tabù. Del corposo lavoro veneziano, tra le foto più celebri, compare quella con Ungaretti assieme alla folla di studenti manifestanti.berengo_unga Risale alla rivoluzione studentesca del ’68, tragicamente famosa per il violento intervento della polizia.

Sempre nel ’68 è stato realizzato un reportage all’interno degli istituti psichiatrici italiani. Gardin, assieme a Carla Cerati, voleva denunciare gli orrori esercitati all’interno di queste strutture legalizzate. Franco Basaglia, famoso psichiatra e neurologo italiano, si interessò al progetto al punto di realizzarne il libro “Morire di Classe”. Egli lo presentò in Parlamento e da ciò seguì l’abolizione dei manicomi italiani tramite la Legge 180.

Gardin ci ha confidato di aver visto atrocità gratuite, persino contro la legge. gardin manicomiIl centro peggiore, da questo punto di vista, si è rivelato quello di Firenze dove il fotografo si è finto parente dei “detenuti” per poter realizzare qualche scatto. Sono fotografie intense, che esprimono dolore e sofferenza tangibile, testimoniano episodi di cattiveria dis-umana, a fronte della quale è impossibile rimanere indifferenti.

Tra gli anni ’70/’80 nascono altri due progetti: “Dentro le case” e “Dentro il lavoro”. Ancora una volta a fare da protagonista dei racconti è l’uomo, elemento centrale ed essenziale nelle opere di Gardin. I soggetti immortalati sono il riflesso del loro status sociale, analizzato attraverso l’ambiente domestico-lavorativo. Nel 1995 nasce “La Disperata Allegria”, con cui Gardin racconta la sua esperienza a diretto contatto con le popolazioni nomadi di tutta Italia. I suoi scatti valorizzano la cultura e le usanze di queste persone, da noi definite “zingari” con tono dispregiativo. gardin nomadi.jpgDa questa analisi artistico-antropologica traspaiono aspetti culturali e folkloristici che mai ci saremmo immaginati. Per esempio, alcuni nomadi, come quelli di Bolzano, sono stati capaci di arricchirsi moltissimo ed in modo onesto, grazie alle loro straordinarie doti di musicisti.

“Grandi Navi a Venezia” è l’ultimo dei capolavori marchiato Gardin, al quale si dedicò
fino al 2013. Come membro ufficiale del comitato veneziano “NoGianni-Berengo-Gardin-venezia-06.jpg Grandi Navi”, il fotografo voleva denunciare l’inquinamento visivo-atmosferico prodotto da questi colossi della navigazione. Venne persino progettata una mostra presso il comune di Venezia, ma il Sindaco negò il permesso per la realizzazione. Tuttavia questo rifiuto diede vita ad una vera e propria propaganda pubblicitaria involontaria. Persino il New York Times dimostrò interesse nei confronti della faccenda.

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