IL NATIVE ADVERTISING È IL FUTURO?

Pubblicità, pubblicità e ancora pubblicità. Oggi sembra essere proprio ovunque, tanto da poter risultare inefficace o indisporre dei potenziali clienti. Ed è proprio in un contesto del genere che il native advertising corre in aiuto agli inserzionisti.

Con il termine native advertising si fa riferimento a quei formati pubblicitari che assumono la forma e le modalità dei contenuti originale della piattaforma ospitante. In questo modo, risultando più simili ad un contenuto rispetto ad un’inserzione, si mimetizzano all’interno del contesto editoriale in cui vengono collocati e rendono l’esperienza di fruizione dell’utente più piacevole e coerente.

Spesso è possibile notare degli annunci pubblicitari nativi sui social, dove sono distinguibili dagli altri contenuti della piattaforma solo per la presenza di un disclaimer come “Sponsorizzato”. Su siti web e testate interamente online, come Buzzfeed, si possono trovare i recommendation widget, integrati perfettamente con il layout della pagina e che sfruttano formulazioni come “Potrebbe piacerti anche…”. Ma anche gli editori tradizionali non sono da meno, basti pensare al New York Times che, grazie all’impiego della pubblicità nativa, ha quadruplicato il numero di impressioni rispetto ad annunci con banner standard analoghi.

Oggi si parla sempre più spesso di banner blindess, fenomeno per cui i visitatori di un sito finiscono per ignorare i banner pubblicitari e altri annunci con forma simile, rendendoli inefficaci. Dover interrompere la fruizione di un articolo o di un qualsiasi contenuto online per colpa di un banner o di un pop-up è un’irritante esperienza vissuta da tutti e che, come risultato, può portare gli utenti ad abbandonare di corsa la fruizione.

Perciò, andando a confrontare il native advertising con la pubblicità display il vincitore è evidente. La pubblicità nativa mette l’utente al primo posto, proponendogli un’esperienza di navigazione continua, ingaggiante e con delle inserzioni che risultano meno invasive. Non è sorprendente che al momento sia la modalità di advertising online con il miglior ritorno sull’investimento.

Tuttavia, non bisogna pensare al native advertising come una panacea: è uno strumento che può anche essere usato impropriamente. Il suo essere in grado di integrarsi perfettamente nel contesto in cui è inserito non è solo il suo pregio principale, ma anche il suo rischio maggiore, perché potrebbe portare ad un impiego eccessivo. Per esempio, un giornale pieno di contenuti sponsorizzati, per quanto ben mimetizzati, non sarà in grado di costruirsi un pubblico fedele e al contempo non offrirà delle notizie di qualità. Per garantire una buona user experience è necessario che ci sia equilibrio tra contenuti native e originali.

In ogni caso questa nuova maniera di fare pubblicità, se impiegata nel modo corretto, è vantaggiosa sia per gli inserzionisti che per gli editori. I primi possono usufruire di un formato di adv potenzialmente più efficace e in grado di convertire di più rispetto alla classica pubblicità display, mentre i secondi massimizzano il valore dei loro spazi. È una situazione win-win.

Camilla Ilva Ferrari