TALE E QUALE SHOW: LET’S MAKE IT LESS… RACIST?

Io, il 2020 me lo sarei immaginato, non dico con macchine volanti e miracoli della scienza, ma almeno con cartoni rotondi per la pizza. Invece, nel caso non ve ne foste accorti, l’unica cosa che questo 2020 è stato in grado di offrirci, oltre ad un ampio ventaglio di cataclismi naturali e disgrazie di varia natura, è stata una lunga serie di vicende improntate sul nostro passato razzista, dove con “nostro” si intende di bianchi per lo più occidentali. 

L’ultima di queste vicende ha come protagonista un programma televisivo lanciato da una storica emittente radiotelevisiva italiana, nonché una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa, e uno degli artisti più apprezzati degli ultimi anni. Durante l’ultima puntata di “Tale e Quale Show” – una competizione che vede diversi personaggi famosi sfidarsi, interpretando diverse icone del mondo della musica –, l’attore Sergio Muñiz ha interpretato il rapper Ghali e, coerentemente con le abitudini del programma, il suo volto è stato dipinto per imitare il colore della pelle del cantante. Come già anticipato, questa non è una novità: il programma ha adottato più di una volta la pratica del blackface, suscitando polemiche e forti reazioni ma, evidentemente, senza curarsene più del dovuto. Il rapper ha espresso la propria opinione, con toni tanto pacati quanto inequivocabili: “Lo spettacolo non ha bisogno di questo”, ha detto su Instagram rivolgendosi alla RAI e ai propri followers. 

Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta davvero. Il termine blackface è strettamente legato alla blackface minstrelsy, ovvero un genere di intrattenimento teatrale, risalente agli inizi dell’Ottocento. Attori bianchi e, in un secondo momento nell’evoluzione storico-artistica dello spettacolo, anche attori di colore fornivano agli spettatori rappresentazioni ridicolizzate dei neri, attraverso una combinazione di recitazione teatrale, canto e ballo, dipingendosi il volto di nero, grandi occhi bianchi e labbra esageratamente bordate di rosso. Lo spettacolo comprendeva canzoni, danze e brevi intermezzi comici, caratterizzati da giochi di parole e situazioni che ironizzavano su diversi aspetti della società e della politica dell’epoca. L’interpretazione delle persone di colore sul palco era, quindi, volutamente irrisoria: accoglieva il retaggio dello stereotipo coloniale che rappresentava l’individuo di colore “black as a child” e, nella peggiore delle ipotesi, lo mostrava al pubblico come violento per spaventare i bambini bianchi. Come è intuibile, si tratta di una pratica tremendamente complessa, ricca di contraddizioni e di implicazioni storico-culturali impossibili da riassumere in un breve articolo.

Perché non è una pratica da adottare nel 2020? Perché diffonde una rappresentazione stereotipata e razzista delle persone di colore. Attenzione, però, perché le accuse di razzismo non derivano da una moderna rivalutazione del fenomeno in questione, ossia non sono voce degli ideali di uguaglianza e parità che, almeno teoricamente, si sono diffuse a partire dagli anni Novanta. Il blackface è razzista in quanto figlio degli ideali di supremazia bianca, basati sulla dicotomia bianco/nero, superiore/inferiore, uomo/animale. Quando l’uomo bianco saliva sul palco con il volto dipinto, rappresentando in maniera caricaturale i tratti fisici dell’uomo nero (o della donna nera), non faceva altro che privare quest’ultimo della propria identità e affermare la propria superiorità su di lui: vestiva i suoi panni e si mostrava al pubblico come sciocco, violento e barbaro. Non sembrano concetti un po’ superati, a maggior ragione nel ventunesimo secolo? 

Ne consegue che dipingersi il volto di nero non è un atto neutrale, non è semplice emulazione, né è giustificabile con la banale pretesa di goliardia o intento comico. È il momento che figure di un certo calibro, tra cui emittenti nazionali o testate giornalistiche, comincino a dare più peso a ciò che fanno perché «errare humanum est, perseverare autem diabolicum»

Martina Forasiepi