CHALLENGE FATALI: TRA THANATOS E BISOGNO DI APPARTENENZA

Il tema della morte è sempre qualcosa di estremamente complesso da trattare. L’idea che ci sia un limite all’esistenza umana richiama inevitabilmente alla nostra costitutiva fragilità e ciò determina un blocco psicologico nell’individuo, una sorta di rimozione della spiacevolezza, come se non fosse considerata la possibilità di convivere con l’essenza della vita senza vergognarsene o senza esserne distrutti. La morte è una questione che ci circonda in ogni aspetto della nostra vita, ne è l’essenza e l’opposto quindi c’è da chiedersi: perché questa paura di trattarla ma non di sfidarla?

Molti ragazzi al giorno d’oggi, grazie (o a causa) delle molteplici opportunità offerte dai social e da internet unite ad una tendenza genitoriale ad ignorare l’educazione dei figli, non riescono a comprendere la linea di demarcazione tra vita e morte: di morte non se ne parla, non si osa neppure nominarla e, nell’educazione dei bambini, si cerca di evitarla. Il risultato è che abbiamo creato una generazione di giovani incapaci di riconoscerla, spingendosi oltre a dei confini che non andrebbero mai varcati.

Questo è il caso del fenomeno dilagante dei selfie mortali: si tratta di vere e proprie challenges nelle quali i giovani si sfidano a scattarsi foto al limite della follia in condizioni estremamente pericolose, beffandosi delle conseguenze, senza prendere in considerazione l’ipotesi di perire da un momento all’altro. La morte è diventata qualcosa da sfidare, qualcosa che non si debba temere, come se fossimo onnipotenti, alla perenne ricerca di qualcosa che dia un brivido ad un’esistenza che non riusciamo ad apprezzare.

I sopravvissuti, poi, postano sui vari social le testimonianze delle loro avventure estreme richiamando un flusso enorme di followers che, attraverso quegli scatti, mirano a vivere le stesse esperienze convincendosi
del fatto che siano solo passatempi. Nulla da temere quindi, niente rischi ma pura adrenalina per soddisfare un desiderio incolmabile di accettazione da parte del “branco” perché si sa che, un individuo in gruppo, si comporterebbe in modi che, preso singolarmente, non immaginerebbe neppure.

Queste sfide al limite dell’esistenza stanno divenendo un problema globale e colpiscono soprattutto gli adolescenti in quanto sia proprio in questa fase che l’individuo inizia a comporre la propria personalità: molti necessitano di sentirsi parte di qualcosa per potersi definire come individui e questo, talvolta, può comportare conseguenze estremamente importanti. Sarebbe opportuno formare in maniera più attenta i giovani, educandoli all’utilizzo di internet e dei social network ma anche orientandoli al riconoscimento della dicotomia vita-morte al fine di apprezzare pienamente l’esistenza laddove spesso, la morte diviene regola.

Martina Allegri