MIDSOMMAR: L’AMORE AI TEMPI DEL PAGANESIMO

Ari Aster è, senza ombra di dubbio, uno dei più promettenti e interessanti cineasti degli ultimi anni. Dopo il grande successo di Hereditary (2018), un horror ben scritto che mette in scena sofferenza e terrore spiazzando tutti con un incredibile finale, il regista torna dietro la macchina da presa per dirigere Midsommar, uno dei film più interessanti del 2019, colmo di rimandi ad altri film, soprattutto a The Wicker Man (1973).

La vita di Dani (Florence Pugh) viene sconvolta dalla morte improvvisa dell’intera famiglia e dal distacco emotivo del fidanzato Christian (Jack Reynor), sempre più deciso a lasciarla dopo tre anni di relazione. Il ragazzo ha già prenotato i biglietti per il folkloristico festival estivo di Hårga, un villaggio situato in Svezia, per divertirsi con gli amici e conoscere nuove ragazze, ma, data la situazione, decide di invitare anche Dani. Giunti sul posto, ai ragazzi si apre un mondo paradisiaco, estemporaneo, almeno all’inizio… Benvenuti e felice Midsommar!

Due sono i punti di contatto principali con Hereditary: il primo è il lutto come motore di avvio delle vicende, il secondo è la dimensione simbolica, in Midsommar abbondantemente arricchita rispetto al predecessore, soprattutto in riferimento al rito e al sacrificio, ricavati dalla mitologia pagana in generale e riadattati al presente, ma su cui non mi soffermo per evitare spoiler.

L’illuminazione è l’elemento più importante del film: l’incidente scatenante, la sua elaborazione e la preparazione al viaggio sono ambientati di notte durante una nevicata, mentre la maggior parte del film, cioè lo svolgimento del festival, avviene alla luce del sole in un clima estivo. Lo spettatore risulta quindi rassicurato, fino a quando non sarà spiazzato dall’inizio degli avvenimenti inquietanti.

Il viaggio verso Hårga è descritto con una ripresa aerea che, a un certo punto, va incontro a un rovesciamento dell’asse di 180°, che simboleggia che le aspettative del gruppo di ragazzi sono l’opposto di quello che realmente accadrà; le carrellate presentano gli ambienti in tutta la loro sfavillante geometria; i dialoghi sono ripresi spesso in campo lungo, favorendo l’immersione nel mondo in cui è ambientata la storia.

A proposito di ciò, è opportuno notare che Aster gioca molto con lo spettatore: all’inizio ci lascia, tramite le riprese degli sterminati campi, la possibilità di scappare, poi gli eventi prendono una piega molto inquietante all’interno degli edifici e, infine, tornano gli spazi aperti, quando ormai non si può più scappare. Ma il regista ci aveva avvertiti. 

La relazione tra Dani e Christian, sconvolta dagli eventi del festival, è fredda come la fotografia che la mostra: lui è un ragazzo immaturo, vigliacco, che invita la ragazza alla vacanza pur di rinviare il discorso che deve inventarsi per porre fine alla loro storia, mentre lei è ingenua e arriva persino a scusarsi con Christian, che si dimentica di farle gli auguri, per non avergli ricordato lei stessa del proprio compleanno. Ma i nodi vengono al pettine quando il loro “amore” si interseca con ciò che accade nel villaggio e con altri tipi di “sentimenti amorosi”.

Un horror claustrofobico ambientato in aperta campagna e di giorno? Se è Ari Aster, funziona.

Riccardo Sciannimanico