MADRE! UN VIAGGIO BIBLICO NELLA CONTROVERSA MENTE DI DARREN ARONOFSKY

Controverso, ambiguo, ineffabile. Darren Aronofksy ha contribuito a modificare il cinema Hollywoodiano contemporaneo e lo ha fatto con opere cinematografiche che, inevitabilmente, sono state venerate tanto quanto disprezzate. Non vi sono sfumature per quanto riguarda l’apprezzamento delle sue opere: o lo si ama, o lo si odia. Madre!, ultimo pezzo della sua filmografia datato 2017, non fa certo eccezione.

La pellicola parte da premesse sostanzialmente basiche: la stabilità di una giovane coppia viene messa alla dura prova dall’improvviso e inspiegabile arrivo di alcuni sconosciuti all’interno della propria dimora. Tuttavia, sono molti – a tratti forse troppi – i temi che vengono toccati, alcuni approfonditamente, altri meno. Si parla del delicato rapporto tra artista e opera d’arte, di questioni private e sentimentali. Tutto questo passa in secondo piano in nome dell’ambizioso disegno generale nei cui contorni è racchiusa la vera natura dell’opera cinematografica: una rivisitazione gotica, sul finale anche gore, del Libro della Genesi che, per parallelismi, rimanda deliberatamente a La valle dell’Eden di John Steinbeck.

In modo dissacrante e provocatorio, anche se mai polemico, i personaggi che irrompono a sconquassare l’apparente equilibrio dei due protagonisti assumono le sembianze dei personaggi della Sacra vicenda. L’opera cinematografica in questione è un crescendo di angoscia ed incredulità; parte da un’atmosfera che ricorda molto quella di Rosemary’s Baby, riconducibile a quella di un qualsiasi horror/thriller, per concludersi in un allegorico finale dalle tinte splatter e, a momenti, barocche. L’allegoria che viene messa in scena è magistralmente orchestrata: quel che più colpisce del capolavoro di Aronofsky non è tanto la storia in sé, quanto il senso di orrore e impotenza che lo spettatore prova assistendo alle scene finali.

In Madre! c’è rabbia, violenza, angoscia. L’idea del regista prende forma in questa trasposizione cinematografica che non può lasciare indifferenti: inevitabilmente si prova compassione per la protagonista femminile che si dona in tutto e per tutto, anima e corpo, all’uomo che trova in lei null’altro che conforto e conferma ed assicurazione del proprio talento e della propria vanagloria.

C’è tuttavia anche una sensazione di rinascita che viene timidamente tratteggiata in chiusura, un senso di speranza comprensibile soltanto rileggendo la pellicola in chiave Biblica.

Elisa Zaffalon