9.10.1963: UNA TRAGEDIA GRECA TUTTA ITALIANA

Vajont. Magari qualcuno sa già a cosa mi sto riferendo, oppure ne ha una vaga idea e ora sta pensando a dove ha già sentito questo nome. Non basta. Quando la memoria si smarrisce qualcuno deve prendersi l’onere di indicare di nuovo la via: Marco Paolini l’ha fatto.

È il 9 ottobre 1963. Ci troviamo nella valle del Piave. L’orologio segna le 22.39. Un’onda alta 250 metri inizia la sua corsa. 1917 persone vengono spazzate via. Il paese di Longarone non esiste più.

È il 9 ottobre 1997. Ci troviamo sulla diga del Vajont. È un venerdì sera. Un attore, Marco Paolini, inizia la sua orazione. 1000 persone ascoltano. Il paese di Longarone viene finalmente ricordato.

Facciamo però un passo indietro. Il racconto del Vajont è un monologo teatrale scritto e recitato da Marco Paolini. È basato sul libro Sulla pelle viva (1983) della giornalista Tina Merlin, la prima a capire cosa stesse realmente succedendo in quei luoghi e che ha cercato (purtroppo invano) di denunciare i fatti. 

Lo spettacolo riscuote un grande successo in molte città italiane e la Rai si mostra interessata a produrre un evento con l’attore. Così il 9 ottobre 1997 va in onda su Rai2, in diretta e in prima serata, Il racconto del Vajont.

Paolini decide di recitare sui luoghi del disastro. Fa montare un palco, degli spalti e delle luci che mostrano l’intera vallata. In questa cornice suggestiva inizia la sua orazione, in cui ricostruisce la storia della diga, dall’ideazione del progetto al disastro, come se stesse tenendo una lezione. Ed è proprio una lezione quello di cui abbiamo bisogno. Infatti, quella che inizialmente era stata definita come un’immane catastrofe naturale non era poi così “naturale” come si pensava. È stata la negligenza umana, dettata dalle bieche ragioni di profitto della SADE (l’industria che si occupava del progetto della diga), a rendere possibile la “catastrofe”. Se solo l’avessero voluto, avrebbero potuto salvare quelle vite.

“Tragedia greca”, così Paolini definisce più volte questa vicenda. Coincidenze di date che hanno dell’incredibile; lavori passati da padri a figli per evitare domande scomode; oppressione dei più forti sui più deboli. Queste e altre caratteristiche rendono la narrazione degna di Euripide. Ed è in questa direzione che ci trasporta l’attore, con un recitato che cambia continuamente registro: dalla comicità alla rabbia, dalla disperazione all’ironia tagliente. 

Mentre si guarda lo spettacolo, a tratti quasi ci si dimentica che ciò che viene raccontato è accaduto realmente, e per un attimo si sta con il fiato sospeso sperando in un lieto fine che non arriverà mai. Tutto ciò che arriva è dolore, ma è un dolore necessario, per non dimenticare che qualcuno ha calcolato costi e benefici ed è giunto alla conclusione che vale la pena rischiare la vita di 1917 persone.

Federica Cataldi

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