HEREDITARY: il ritorno dell’orrore puro

C’è una sorta di ambiguità di fondo nella definizione del significato di orrore su cui il cinema di spavento più commerciale tende spesso a sorvolare e che, col tempo, abbiamo dimenticato. Quando si va a vedere un film horror in sala, il terrore che ci si aspetta è generalmente quello che scaturisce dallo straordinario, dal soprannaturale, da ciò che non dovrebbe esserci ma che, nella realtà cinematografica in cui decidiamo di immergerci, esiste eccome. Ma c’è un altro tipo di orrore cui ormai non siamo più abituati ad assistere al cinema: quello della quotidianità. Per quanto spaventosi e terrorizzanti, fantasmi e pagliacci demoniaci non potranno mai competere contro il lutto, la perdita e il rancore familiare.
Quella della realtà di tutti i giorni è l’unica, vera forma di terrore iscritta nella nostra memoria collettiva di essere umani: quella soprannaturale non risulta essere che un’estensione di questa sua configurazione originaria. È una dicotomia, quella dell’orrore quotidiano/straordinario, su cui poggiano molti classici del cinema horror e che l’americano Ari Aster, al suo debutto sul grande schermo, comprende con diabolica perfezione.

Una famiglia alle prese con la scomparsa della nonna materna: Hereditary, opera prima del regista americano, comincia come un dramma familiare dalle tinte oscure sull’elaborazione del lutto. Aster indaga le dinamiche psicologiche che animano i suoi personaggi con l’occhio attento di un maestro, tratteggiando con eleganza kubrickiana il quadro vivido e disturbante in cui questo nucleo familiare si muove.

Hereditary è, sopra ogni cosa, un’opera che si prende tutto il tempo che vuole per mettere le carte in tavola: vi sono qua e là segnali di un orrore diverso e oscuro che però Aster tiene sapientemente nascosto per buona parte della pellicola. Il terrore angosciante dei rapporti familiari e il senso di claustrofobico soffocamento che permeano la pellicola fin dal primo secondo sono elevati a livelli pressoché insostenibili da un evento traumatico (sulla cui natura è bene celare qualsiasi dettaglio) che mette in moto l’odissea che segue. Nuovi dolori e risentimenti vengono a galla, e il quadro familiare si infittisce ulteriormente.

Ci affezioniamo ai personaggi (l’australiana Toni Collette, sensazionale nel ruolo della madre Annie, è già in lista per gli Oscar del prossimo anno), sappiamo quali sono le loro paure e le loro difficoltà, partecipiamo al dolore che sperimentano: la sapienza con cui questa tragedia familiare viene costruita è il motivo per cui, quando il soprannaturale fa il suo ingresso vero e proprio nella storia, l’impatto narrativo è di portata devastante. Allucinazioni, sedute spiritiche e figure nell’ombra: gli elementi classici ci sono tutti, ma non hanno mai avuto tanto peso drammatico. Quando l’ultimo, folle atto è terminato, brancoliamo nel buio senza alcuna possibilità di catarsi: Hereditary è una pellicola la cui unica forma di consolazione è talmente inenarrabile da spingerci a preferire ad essa un’oscurità minacciosa e infernale.

Il titolo di “nuovo classico del terrore” che già sta facendo il giro del web risulta almeno in questo caso appropriato: quello di Aster è con ogni probabilità uno dei film dell’orrore (nel senso più completo del termine) più oscuri, disturbanti e spaventosi degli ultimi anni. Lontano dallo shock transitorio dell’horror mainstream, Hereditary è un’opera magistrale pervasa da un terrore reale e maligno, immondo e quotidiano destinato a occupare la mente di chi vi prenda parte per lungo tempo.

Hereditary esce nei cinema italiani il 25 luglio.

Giacomo Placucci

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