“Steve McCurry Icons”: una raccolta di sguardi e attimi fuggenti

“Steve McCurry Icons” è il nome della nuova mostra di Steve McCurry alle scuderie del castello visconteo a Pavia, visitabile fino al 3 giugno 2018. Un’esposizione che ospita 100 scatti di uno dei più amati fotografi dei nostri tempi. Un fotografo che non si limita ad osservare e scattare, ma un fotografo che viaggia, viaggia tanto in posti lontani e spesso molto pericolosi, per cogliere e documentare aspetti e momenti veri della vita umana.

Un viaggio simbolico, un mondo ricco di emozioni

Con le sue foto, Steve McCurry ci permette di vedere e conoscere etnie molto lontane da noi, sia in termini spaziali che in termini culturali. Lui, fotografo statunitense cresciuto nella società occidentale, ci porta scatti dall’India, dall’Afghanistan, dalla Birmania, dal Giappone, dal Brasile e da tanti altri Paesi del mondo.

Cosa lo spinge a fare questo?

Non è soltanto il suo amore per i viaggi o per la fotografia. C’è qualcosa di più, ed è il suo amore per l’umanità, che lui chiama shared humanity. Lui stesso, dopo quarant’anni di carriera, dice ancora di sorprendersi nel vedere quanto gli uomini siano diversi tra loro, eppure in fondo così uguali.

I ritratti

Tantissimi ritratti, che spesso non arrivano neanche a mezzo busto, ma inquadrano soltanto la faccia del soggetto. Un tratto caratterizzante della fotografia di McCurry, a cui piace cogliere gli sguardi delle persone, così profondi che sembrano parlare della loro stessa vita, della loro condizione sociale, della loro società, della loro terra. Sguardi che comunicano gioia, sofferenza, amore, paura e tante altre sensazioni che Steve coglie e ci racconta in queste foto.

Non manca ovviamento il famosissimo ritratto della ragazza afghana Sharbat Gula, fotografata nei campi profughi in Pakistan, il cui sguardo triste in quei profondi occhi verdi è diventato un’icona mondiale.

I luoghi e le abitudini

La fotografia di McCurry, qualsiasi sia il soggetto, guarda sempre all’umanità e alla sua cultura. Oltre ai volti delle persone, lui fotografa anche moltissimi paesaggi, a volte addirittura colti durante catastrofi naturali o causate dall’uomo. Fotografa le attività quotidiane delle persone, i loro modi di vestire, le loro abitudini… Tutto è volto a immortalare in uno scatto gli elementi emblematici delle etnie che lui incontra sul suo cammino: storia, cultura, tradizioni. Le etnie sono simbolo della ricchezza e varietà della specie umana, sono ciò che ci caratterizza e che, in ultimo, restituisce a tutti la stessa dignità umana.

Una mostra multimediale

Interessante è stata la scelta di accompagnare i visitatori attraverso questi scatti in un percorso che non è soltanto visivo, ma anche sonoro. Innanzittutto le audio-guide, incluse nel biglietto, offrono la spiegazione di alcuni scatti per bocca dell’autore stesso, e la voce del doppiaggio è sempre introdotta da una musica tradizionale del luogo di cui si andrà a parlare, creando una sincronia tra visivo e sonoro che permette di immergersi nella situazione del singolo o della comunità descritta.

Sono presenti anche delle scritte sulle pareti, che costituiscono delle “massime” di Steve McCurry sulla sua poetica, il suo punto di vista e il suo approccio. E infine ci sono anche alcuni schermi sui quali si possono vedere dei filmati in cui il fotografo stesso spiega il suo lavoro. Particolarmente degno di nota è il filmato presente nell’ultima sala, separatamente da tutto il resto della mostra, che è stato girato da National Geographic e che documenta la ricerca di Sharbat Gula, a distanza di 17 anni dal famoso scatto.

Una mostra bellissima, che ci fa immergere in quei viaggi, in quei popoli, in quei Paesi lontani che hanno così tanto da dire e così poca voce. Visitare l’esposizione è anche un modo per riflettere sull’umanità e sulla nostra condizione: le varie culture del mondo hanno così tanto da imparare, ma anche così tanto da insegnarsi l’un l’altra…un arricchimento incredibile e impagabile che spesso viene troppo trascurato.

Valeria Sali

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