OSCAR 2018. Il trionfo dell’attivismo

Domenica sera, mentre Mentana cercava di tenere le redini dell’Italia al voto, dall’altra parte dell’Atlantico si teneva la 90a edizione degli Oscar, in diretta dal Dolby Theatre di Los Angeles. Al timone della cerimonia, per il secondo anno consecutivo, un dissacrante Jimmy Kimmel che entra sulla scena del brillantissimo palco, costellato dall’esiguo numero di 45 milioni di diamanti, ironizzando (c’era da aspettarselo) su quella che verrà ricordata come una delle peggio figure dello showbiz: l’errore nella proclamazione del miglior film del 2017 di Warren Beatty che fa ancora venire le palpitazioni al povero Damien Chazelle.

Dopo aver avvertito di non alzarsi subito se avessero sentito il loro nome, Kimmel intrattiene i suoi ospiti con un lungo e mordace monologo di apertura che lascia già intuire quelli che saranno i veri trionfatori della serata: i diritti delle minoranze e la lotta agli abusi.

Oscar è l’uomo più amato e rispettato di Hollywood e c’è una buona ragione: tiene le mani dove puoi vederle, non dice parole offensive e, cosa più importante, non ha nessun pene!”

L’ombra di Weinstein e lo scandalo degli abusi e del sessismo nel sistema cinematografico viene magistralmente allontanata dall’anfitrione della serata che menziona e loda i movimenti nati per dare voce alle vittime di violenza come #MeToo e Time’s Up, che tornerà a farsi sentire nelle parole di Ashley Judd, Salma Hayek e Annabella Sciorra nel ricordare che il viaggio è ancora lungo ma che un nuovo percorso sta prendendo forma grazie a voci nuovi, diverse, le “loro” voci che “si uniscono in un grande coro che finalmente proclama che il tempo è scaduto (time’s up, ndr)”.

Si continua poi ricordando due dei successi maggiori successi al botteghino di questa stagione cinematografica, Wonder Woman e Black Panther, simboli di un nuovo modo di concepire l’eroicità di due delle “minoranze” più attaccate nella storia americana, quella femminile e quella afro-americana. Dunque, dopo aver dato l’assaggio dell’attivismo che condirà tutta la cerimonia, di cui solo alcuni davvero epocali, si può dare il via alle premiazioni: primo a ricevere la statuetta è, nella categoria miglior attore non protagonista, Sam Rockwell per Tre manifesti ad Ebbing, Missouri: l’attore raccoglie la sfida di Kimmel e si lascia andare al discorso di ringraziamento più veloce di sempre (in palio c’era una moto d’acqua, mica si scherza!) ringraziando quelli che fino a pochi istanti prima erano stati i suoi avversari, in un gesto di elegante correttezza seconda solo alla toccante dedica del premio al compianto Philiph Seymour Hoffman. Essere veloci, diretti e ironici è una caratteristica dei supporting roles, dal momento che anche la sua controparte femminile, Allison Janney, vincente attrice non protagonista per I, Tonya esordisce con un sarcastico “Ho fatto tutto da sola!”. 

Breve, fine e commovente anche il cammeo da presentatrice di Daniela Vega, prima attrice transgender a presenziare agli Oscar nonché stella del film Una donna fantastica di Sebastián Lelio, vincitore nella sezione miglior film straniero. Magistrale anche Gary Oldman che, confermando la maggior parte dei pronostici, ritira il suo premio da migliore attore della stagione 2017-2018 grazie alla sua superba interpretazione di Churchill ne L’ora più buia ringraziando lo stesso Primo Ministro e la mamma, una donna “giovane” di 99 anni che lo aspettava a casa con il bollitore. Con orgoglio menziono la vittoria di Frances McDormand come miglior attrice protagonista in Tre manifesti ad Ebbing, Missouri: già vincitrice per il suo ruolo in Fargo, nel suo abito lungo e senza trucco l’attrice è salita sul palco dal Dolby Theatre e ha chiesto a tutte le donne candidate per qualsiasi ruolo avessero giocato in nome della Settima Arte di alzarsi con lei e di godersi quell’applauso che meritano in quanto artiste e imprenditrici:

“Tutte abbiamo storie da raccontare e progetti da finanziare. Non parlateci di questa cosa alle feste di stasera. Invitateci nel vostro ufficio tra un paio di giorni o venite al nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto. Ho solo due parole per voi stanotte, signore e signori: inclusion rider” ha affermato commossa la McDormand riferendosi alla clausola facoltativa con cui gli attori possono richiedere che il cast e la troupe rispettino un certo livello di diversità ed equità. Questa è l’epicità non cacofonica che l’Academy merita.

Non nego che passione e patriottismo mi portavano a fare un tifo da stadio per Luca Guadagnino e il suo Chiamami con il tuo nome, che tuttavia si porta a casa, meritatamente, solo una delle quattro statuette promesse (Timothée Chamalet è ufficialmente diventato il mio nuovo Leo Di Caprio: #dateunOscaraquestoragazzo), quello della miglior sceneggiatura non originale. La Disney, come sempre e da sempre regina, riesce a portarsi a casa sia la statuetta per miglior film d’animazione che quella per miglior canzone, grazie a Coco, testimone di come il Messico sia stato un altro grande e vincente protagonista di questa edizione.

chiL’orgoglio latino infatti ha potuto risplendere anche grazie al genio creativo di Guillermo del Toro, premiato con le massime onorificenze che gli Academy possano conferire ad un regista: la storia d’amore disegnata ne La forma dell’acqua trionfa per la miglior regia e come miglior film (e questa volta Faye Dunaway e Warren Beatty ce la fanno!), prova del fatto che possiamo e dobbiamo tornare a credere nella forza dirompente della favola come la più sublime e perfetta delle narrazioni.

Gli Oscar 2018 si concludono così come sono iniziati: celebrazione della Settima Arte in tutte le sue componenti, attori, registi, autori e pubblico; rivendicazione della diversità in tutte le sue coniugazioni di gender, etnia e forma.

Federica Cirone

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