DICKENS – L’UOMO CHE INVENTO’ IL NATALE

«Onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di tenerlo con me tutto l’anno» disse qualche secolo fa Charles Dickens, protagonista dell’ultima pellicola di Bharat Nalluri Dickens – L’uomo che inventò il Natale, uscita poco prima della Vigilia.

Il film risulta essere l’adattamento cinematografico del romanzo The Man Who Invented Christmas: How Charles Dickens’s A Christmas Carol Rescued His Career and Revived Our Holiday Spirits di Les Standiford e racconta di come lo scrittore inglese, grazie a Canto di Natale, sia riuscito a ridare la dovuta importanza a una festa che in una Londra vittoriana bramosa di denaro veniva considerata soltanto una seccatura che rallentava l’economia.

I 104 minuti di film raccontano la genesi del racconto natalizio più famoso della letteratura moderna in chiave fiabesca e magica (per certi versi “disneyana”), descrivendo Dickens, interpretato dall’inglese Dan Stevens, come un uomo geniale quanto malinconico, divorato dai ricordi di un’infanzia difficile e segnata dai debiti del padre che lo costrinsero a lavorare per diversi anni in una fabbrica di scarpe con altre decine di bambini.
Quella di Canto di Natale è per lui una sfida: a corto di denaro a causa dei precedenti insuccessi letterari e disgustato dall’avidità e dal cinismo intorno a sé, “Charlie” decide di scrivere e pubblicare in sole sei settimane un’opera in grado di scuotere gli animi della gente e riportare alla mente i valori ormai apparentemente dimenticati di gentilezza, amicizia, misericordia e famiglia. La stesura del racconto è però, anche e soprattutto, una sorta di inconsapevole autoterapia, un’esperienza catartica che consente allo scrittore di fare i conti con un passato doloroso ormai diventato un insopportabile fardello e di sconfiggere i fantasmi che lo tormentano e che vanno letteralmente a depositarsi sulle pagine bianche.

Magistrale è l’interpretazione di Christopher Plummer nei panni del burbero e scorbutico Scrooge. Egli diventa per Dickens guida e alter-ego al tempo stesso, un compagno di viaggio spesso insolente che, insieme a tutti gli altri personaggi che si delineano della mente dello scrittore (e che sembrano letteralmente prendere vita), lo accompagna attraverso un percorso introspettivo difficile quanto doveroso e che porta entrambi a ritrovare lo spirito natalizio che avevano perso.

Quello che il film di Nalluri rivela è che in fin dei conti Canto di Natale è un’autobiografia: non solo di Charles Dickens, il cui processo creativo è profondamente ispirato dalla sua vita, ma anche di ognuno di noi. É il racconto di una redenzione a cui spesso ci si sottrae perché comporta la messa in discussione delle proprie certezze. Ma se essa avviene, la gioia che se ne trae è grande e permette di conservare lo spirito natalizio tutto l’anno.

Alessandra Gennaro

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