“Go. Go. Go” But where…? Un teatro-metafora per riflettere

«Noi tutti abbiamo un solo spettatore: [pausa] il tempo»
In quella pausa il pubblico – io compresa – pensa che quel “solo spettatore” sia Dio, soprattutto perché il personaggio pronuncia la frase guardando verso l’alto. E invece no. È il tempo, l’elemento che sembra ossessionare tutto lo spettacolo “Go. Go. Go.” andato in scena al CRT Teatro dell’Arte di Milano dal 7 al 30 ottobre 2016 

Il regista russo Aleksandr Sukorov è noto come regista cinematografico, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi – ultimo di questi è il Leone d’Oro a Venezia nel 2011 per il film Faust (per chi volesse sapere di più sul cinema di Sukorov, ho trovato questo interessante articolo sulla sua arte , e quest’intervista in cui lui stesso spiega molto bene il suo background storico-culturale.

“Go. Go. Go” è liberamente ispirato a Marmi, unico testo teatrale scritto da Iosif Brodskij, pubblicato in Italia da Adelphi. Di Marmi il regista ha mantenuto il tocco ironico, la circolarità della metafora esistenziale, e soprattutto tema della prigione in cui i protagonisti di Marmi sono intrappolati: il risultato è stato uno spettacolo-installazione ricco di simboli e allusioni. Il cinema è presente anche qui non solo perché lo sfondo scenografico stesso è una proiezione, ma anche per la componente meta-teatrale del cinema nel teatro: immagini del cinema italiano scorrono sullo sfondo della piazza dove la gente guarda il film.

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Ph. Gianluca di Ioia

Non è facile parlare di questo spettacolo senza partire dall’idea che Sukorov ci vuole comunicare: la lotta costante tra la nostra dimensione istintuale e quella spirituale. «L’arte ci mantiene umani, e di questo voglio parlare nel mio spettacolo, perché stiamo smarrendo i valori dell’umanesimo» .

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ph: Gianluca di Ioia

Dunque lo stretto rapporto tra arte-civiltà e barbarie umana è alla base di questa rappresentazione che non ha un vero e proprio svolgimento, o meglio, lo svolgimento è dato dalla storia secondaria, sullo sfondo, di uomini e donne che vanno in piazza a vedere un film. Tuttavia, il ruolo centrale è affidato ai due protagonisti (ripresi da Marmi), Tullio e Publio, “esseri subumani” che osservano la gente in piazza e fanno constatazioni generali sulla vita, sul tempo, sull’uomo e la sua cultura. Paradossalmente, questi due esseri “sub-umani”, in realtà, sembrano capire di più sull’umanità di quanto capiscano gli uomini stessi. Li osservano e si chiedono il vero significato delle loro azioni, il loro scopo.

Insomma, un pubblico che si aspetta una storia lineare con inizio, svolgimento con climax crescente e scioglimento finale, ha sbagliato spettacolo. Molte domande restano ancora in sospeso alla fine, quando i due uomini-ratto vengono triturati dalla trappola: per tutto lo spettacolo sembravano loro i carnefici, e poi alla fine finiscono per essere le vittime: perché? E tutto quello che si sono detti, che ci ha fatto meditare sulla nostra condizione umana, sfuma così, senza soluzione? Ebbene sì, barbarie e civiltà di nuovo si fondono in una metafora circolare dell’esistenza, dove non si sa mai se sarà l’istinto o lo spirito a prevalere.

La definirei una “vicenda senza storia”, sia perché non ha una storia, uno svolgimento vero e proprio, sia perché è astorica: riguarda la condizione umana nella sua essenziale dualità tra spirito e istinto, tra apollineo e dionisiaco direbbe Nietzsche, e non può quindi collocarsi in un momento storico contingente.

L’arte di Sukorov, in questo suo primo incontro col teatro, ben si presta alle metafore, che sembrano il modo migliore per raccontare questa vicenda-senza-storia. In una scenografia semplice, con qualche sedia per il cinema e un telo su cui sono proiettate le immagini-sfondo dell’antica Roma – oltre che il film stesso guardato dalla gente – spicca la statua di una dea pagana: la divinità, da sempre ciò che dà sicurezza agli uomini, si rivela essere la trappola per “ratti” dove i due protagonisti verranno triturati alla fine. Altro elemento simbolico sono le maschere indossate dai due protagonisti sul retro della faccia, così da sembrare che abbiano due volti: uno umano e vivo, che parla, e un altro fisso, morto, che non guarda da nessuna parte; potrebbero essere anche metafora di barbarie e civiltà, di istinto e spiritualità, di carnefice e vittima. Ma l’argomento di cui Tullio e Publio parlano per tutto lo spettacolo è il cibo: sono uomini-ratto che vogliono mangiare il formaggio fuori dal ristorante, per istinto; ma a differenza dei semplici ratti, loro mangiano anche pellicole cinematografiche e libri (la saggezza, il sapere). Ecco dove barbarie e civiltà si fondono diventando ancora più pericolose: l’uomo-barbaro che, una volta soddisfatti i propri istinti primari, persegue il possesso, il potere.

Queste sono le principali metafore di uno spettacolo che alla fine ci abbandona così, lasciandoci riprendere quella linea retta di quotidianità in cui tutto e tutti sembrano dirci “Go. Go. Go”, e invece noi vorremmo fermarci per capire dove. Dove?

Forse quella linea non è retta ma circolare…

CIMOreporter – Valeria Sali

Fotografia: Gianluca Di loia

 

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