foto di Matilde Dondena

L’OTTIMISMO DI UNA DECISIONE DURA E COLLETTIVA

Lunedì mattina, nell’aula 110 di via Nirone, si è svolta la prima giornata del convegno “E’ la vita che vi afferra e vi trascina” ( organizzato dall’Almed e dal dipartimento di scienze di comunicazione e dello spettacolo )  che, nell’occasione dei 50 anni di Comunicazioni Sociali, ha provato a ricostruire il panorama della ricerca sui media in Università Cattolica dal dopoguerra agli anni ’70.Sicuramente il termine migliore per definire questo convegno è “necessario”. Necessario è infatti, prima di tutto per tutti noi studenti di CIMO, comprendere da dove arrivano le strutture dei corsi di laurea e l’impostazione e l’approccio tipico dell’Università Cattolica.

Per il titolo di questo articolo prendo in prestito la frase di chiusura dell’intervento di Francesco Casetti, Professor of Humanities and Film and Media Studies presso la Yale University. Nella sua relazione il professore ha ricostruito le quattro fasi della Scuola di Comunicazioni Sociali e il suo graduale incorporamento, prima con alcuni corsi e successivamente come dipartimento, all’interno dell’università.

Mostra Pannelli per la conferenza – foto di Almed

Uno dei punti più ricorrenti nel discorso, e nelle due giornate in generale, è la definizione e formalizzazione di una possibile Scuola di Milano nei Media Studies che si pose come avanguardia, seppur locale, nel panorama dei Media Studies. La tradizione di questa Scuola, generata dall’incontro fra Mario Apollonio e Padre Agostino Gemelli, e la sua caratterizzazione duale (tecnica e teorica) hanno lasciato una traccia che è tuttora evidente nel nostro corso.

Non bisogna dimenticare infine la questione principale portata avanti dal convegno: il ruolo fra i cattolici e il sistema mediale. Come osservava Giacomo Poretti (QUEL Giacomo, molto imbarazzato e in evidente disagio nel contesto in cui era stato calato) in uno degli ultimi interventi della serata, “I cattolici e l’industria culturale italiana”, l’accostamento dei due termini genera, nascoste nell’affermazione, numerose domande: cosa ci fanno i cattolici nell’industria culturale italiana? Ha senso che siano li? E se c’è un senso, come dovrebbero starci?

Probabilmente il riconoscimento più importante portato avanti nel convegno è la necessità dunque di proiettare la visione della ricerca nel campo dei Media Studies nel futuro, affrontando i problemi emergenti come ad esempio la crisi delle Humanities e l’emergere del Postumanesimo, il rapporto con le Hard Sciences e la necessità di allargare lo sguardo e l’analisi ad archi storici più ampi per riuscire a cogliere tendenze generali e costanti. In parole povere, bisogna iniziare a considerare i nostri studi non come qualcosa di accessorio (ancora troppi definiscono scienze della comunicazione “scienze delle merendine”) ad altri corsi, bensì come un elemento fondante del contemporaneo.

Questa deve essere, proprio come dice il professor Casetti, una scelta “dura e collettiva”, radicata nella tradizione di studi della Scuola e al tempo stesso aperta e in continuo dialogo con la società. Perché quelli che noi studiamo a CIMO non sono Mass Media, ma prima di tutto Mezzi di Comunicazione Sociale.

Valerio Moccia  

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