Un Grande Abbraccio

Per la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, ecco un dolce racconto della nostra CIMOreporter Lisa Santillo che esattamente un mese fa ha partecipato ad un evento molto speciale. Dateci Un’occhiata!

Giovedì 3 marzo, ho avuto l’opportunità (e, a mio avviso, la grande fortuna) di assistere allo spettacolo Un Grande Abbraccio  in scena al Barclays Teatro Nazionale  di Milano. Uno spettacolo esilarante e fuori dagli schemi, portato in scena dall’attore, regista, sceneggiatore e conduttore televisivo Paolo Ruffini, insieme ad alcuni attori della compagnia toscana Mayor Von Frinzius  gestita dall’educatore Lamberto Giannini, in particolare cinque ragazzi con la sindrome di down e un ragazzo autistico.

Un inno alla vita, all’amore, all’amicizia, alla solidarietà, al volersi bene, uno show teatrale in cui il pubblico è protagonista e l’abbattimento della quarta parete, così come definito da Pirandello, viene realizzato appieno. E’ proprio questo infatti, che caratterizza generalmente gli spettacoli che Paolo Ruffini porta in scena a teatro, coinvolgendo attivamente il pubblico, rendendolo protagonista con domande e sketch divertenti, scegliendo qualcuno che possa salire sul palco per contribuire allo svolgimento dello spettacolo in maniera imprevedibile, perché nulla è calcolato e tutto è basato sull’improvvisazione. Anche ieri sera è successo tutto questo e il pubblico del Nazionale ha fatto sì che lo spettacolo prendesse la piega giusta rendendolo unico e irripetibile.

Uno spettacolo comico, divertente, ma anche tanto tenero, che si apre con Paolo Ruffini che vuole realizzare un varietà meraviglioso, con effetti speciali e ospiti illustri, ma quando si apre il sipario, la scenografia non è altro che un insieme di alberi di Natale con tante luci annesse.

E allora Paolo si arrabbia ed entra lo scenografo che dice che a lui gli alberi di Natale piacciono e quindi “Buon Natale a tutti!”. Poi entra un altro ragazzo che dice di essere Paolo Ruffini, anzi, meglio di Paolo Ruffini perché lui sa cantare, e canta veramente lasciando il pubblico esterrefatto di fronte ad una voce così potente, quasi da tenore, ma soprattutto di fronte ad una dimostrazione esplicita di inesistenza delle differenze. Sì, perché come mostra Paolo successivamente con un commento lasciatogli sulla sua pagina Facebook in cui qualcuno ha affermato di “non vedere la differenza tra Ruffini e i down”… Beh, dopotutto ha ragione, la differenza non esiste, perché siamo tutti uguali.

Insomma, questi ragazzi smontano lo spettacolo che Paolo vorrebbe tanto realizzare, e alla fine ce la fanno, perché mentre lui cerca di svolgere il suo lavoro c’è sempre qualcuno che entra in scena e dice o fa qualcosa che non ha nulla a che vedere con la situazione. Una decontestualizzazione ben riuscita, con la rappresentazione di un Natale ormai lontano, ma che l’atmosfera creata da scenografia, musiche e (ultimo ma non ultimo) il panettone offerto a tutto il pubblico a fine spettacolo, riesce a ricreare completamente facendomi uscire dal teatro canticchiando “Jingle Bells”, convinta che sia davvero il 25 dicembre. Una dimostrazione di talento, capacità, di voglia di fare e di divertirsi, di come in questa vita ci si prenda talvolta troppo sul serio e di come, spesso, bisognerebbe permettersi la felicità senza vergognarsi.

Alla fine lo spettacolo non si rivela ciò che Paolo voleva realmente portare in scena, ma dopo averlo constatato guarda Simone, lo scenografo, e gli dice che nonostante tutto si è divertito. E così parte una riflessione sulla vita, sul teatro, su quanto questa epoca sia poco sociale ma tanto social, quando invece il rapporto fisico è importante, soprattutto per questi ragazzi disabili. Per loro l’abbraccio è essenziale, è un gesto di fiducia, di accoglienza, e l’obiettivo dello spettacolo è proprio quello di stimolare un grande abbraccio tra gli attori e il pubblico, che si realizza verso la fine della rappresentazione: alcune persone vengono invitate ad alzarsi e, dalla platea, raggiungono la scena, dove attori e pubblico si fondono e si confondono, unendosi in un vero grande abbraccio.
Dopodiché il sipario si chiude e la standing ovation del teatro Nazionale è inevitabile.

Portare in scena uno spettacolo del genere non è sicuramente facile, ma Paolo Ruffini, Lamberto Giannini e i ragazzi della compagnia Mayor Von Frinzius hanno fatto davvero un ottimo lavoro, portando a teatro un tema che viene trattato di rado anche da mezzi di comunicazione più potenti, quali il cinema e la televisione, in maniera semplice, fresca e divertente, regalando per qualche ora sorrisi e risate di felicità.
In conclusione, vi lascio con una frase tanto bella quanto importante detta da Paolo durante lo spettacolo, volutamente non commentata, che spero sia fonte di riflessione per tutti coloro che leggeranno l’articolo: “Il disabile non è uno che non si sente abile, ma è uno che incontra qualcun altro che gli dice che non è abile”.

Lisa Santillo 

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