NOLLYWOOD E I DIZI TURCHI: COSA CI INSEGNANO LE SCENE CREATIVE

La Nigeria produce più film di Hollywood. La Turchia esporta serie in tutto il mondo. Entrambe ci insegnano che le industrie creative più vitali nascono spesso dove meno te lo aspetti.

Per decenni, quando si parlava di industria cinematografica si pensava a Hollywood. Quando si parlava di serialità televisiva, si guardava agli Stati Uniti o al massimo al Regno Unito. Oggi questo schema è superato. La Nigeria è il primo paese al mondo per produzione di lungometraggi. La Turchia è tra i primi tre esportatori globali di serie televisive, dopo Stati Uniti e India. Nessuno dei due risultati è stato pianificato dall’alto. Entrambi sono nati dal basso, in condizioni inizialmente sfavorevoli, attraverso reti creative fluide e informali.

Cosa si intende per scena creativa

Una scena creativa non è semplicemente un luogo in cui si produce cultura: è una rete di soggetti, imprese, professionisti, istituzioni, pubblici che collaborano condividendo processi di produzione e consumo. La teoria distingue le scene costruite dall’alto, attraverso investimenti pubblici e politiche istituzionali, da quelle costruite dal basso, nate dall’iniziativa spontanea di comunità e singoli soggetti. Nollywood e la serialità turca appartengono entrambe alla seconda categoria. Sono scene interstiziali: nate nelle pieghe del sistema, con risorse minime, in contesti che nessuno avrebbe scelto come punto di partenza per costruire un’industria culturale globale.

Nollywood: un’industria nata dalla pirateria

La scena cinematografica nigeriana nasce negli anni Cinquanta in un contesto dominato economicamente dagli inglesi. Le prime sale vengono rapidamente sostituite dalla televisione. Negli anni Ottanta si diffondono i videoregistratori: intere comunità si ritrovano attorno a un unico schermo per guardare film hollywoodiani in VHS pirata. È proprio questa infrastruttura distributiva informale a gettare le fondamenta di Nollywood. Il decreto di indigenizzazione del 1975 blocca l’importazione di film stranieri, spingendo alla nascita di una produzione locale. Le nano-imprese che emergono girano film in una o due settimane, con troupe minime e assenza quasi totale di post-produzione. La qualità estetica è bassa, ma il pubblico (abituato alle cassette pirata) la accetta. L’orgoglio nazionale e la domanda delle comunità diasporiche fanno il resto. Oggi Nollywood produce migliaia di film all’anno e Netflix ha iniziato a distribuirne i contenuti a livello globale.

I Dizi turchi

La Turchia percorre un cammino diverso ma parallelo. Lo sviluppo dell’industria seriale inizia negli anni Novanta con adattamenti di opere letterarie turche. La vera espansione arriva con i Dizi, serie di lunghissima serialità, che trattano storie d’amore ambientate in esterni, valorizzando paesaggi e cultura locale. A differenza delle telenovelas sudamericane, immediatamente riconoscibili come tali, i Dizi hanno un’identità visiva internazionale che li rende esportabili senza snaturarli. La diffusione globale è favorita inizialmente dalle comunità diasporiche turche, che generano una domanda di contenuti locali fuori dai confini nazionali. Da lì, la distribuzione si espande. Oggi la Turchia produce tra le 35 e le 60 serie all’anno, con investimenti pubblici minimi e un modello produttivo che si regge quasi interamente sull’iniziativa privata.

Cosa possiamo imparare

Per chi lavora in comunicazione, questi due casi offrono almeno tre lezioni. 

  1. La prima: le condizioni iniziali non determinano i risultati. Nollywood è nata dalla pirateria e dalla scarsità di risorse, non da un piano industriale. Le scene creative più vitali spesso nascono proprio dove le condizioni sembrano meno favorevoli, perché la scarsità costringe all’innovazione e alla collaborazione. 
  2. La seconda: la domanda locale può diventare domanda globale. I Dizi turchi hanno raggiunto il mercato internazionale partendo da un pubblico diasporico di nicchia. 
  3. La terza: le reti informali creano valore tanto quanto le strutture istituzionali. Investire nella qualità delle relazioni tra professionisti è un’azione strategica, non solo sociale. In un settore sempre più frammentato e progettuale come quello della comunicazione, saper costruire e mantenere reti creative è una competenza fondamentale quanto saper scrivere un brief.

Valeria Piazzolla