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THE BRUTALIST (2024): QUANDO IL CINEMA D’AUTORE INCONTRA L’AI

Lo scorso settembre, durante l’82esima Mostra del cinema di Venezia, veniva presentato The Brutalist, opera terza del regista e attore statunitense Brady Corbet, il quale, più che un film, rappresenta una sinfonia audiovisiva che ritorna ai grandi fasti del cinema del passato.

Realizzato in pellicola 70mm, The Brutalist racconta la storia inventata di László Tóth – interpretato da un grandissimo Adrien Brody -, un geniale architetto ebreo che fugge dall’Ungheria dopo la Seconda guerra mondiale per raggiungere gli Stati Uniti. Costretto dapprima a lavorare duramente e vivere in povertà, otterrà presto un contratto che cambierà il corso dei successivi decenni della sua vita. 

L’opera di Corbet possiede le dimensioni di un’epopea in grado di attraversare la Storia degli Stati Uniti d’America, ragionando con estrema lucidità sulle ipocrisie celate all’interno del cosiddetto “sogno americano”. 

Duecentoquindici minuti di durata, compreso un intermezzo di 15’ che ci riportano indietro nel tempo quando si doveva cambiare la pellicola per far partire la seconda metà del film.

Eppure, nonostante l’ambizione spropositata per un’operazione produttiva di questo tipo, il budget a disposizione di Corbet non supera i 10 milioni di dollari, cifra che ad Hollywood significa una produzione a basso budget. Per intenderci, Anora, film indipendente vincitore del premio come Miglior Film agli Oscar 2025 è costato 6 milioni di dollari (escluse le spese di campagna promozionale). 

Ora, The Brutalist è stato il principale sfidante di Anora durante la scorsa stagione dei premi di Hollywood, portandosi a casa tre Golden Globes e tre Premi Oscar. Ma la sua candidatura è stata oggetto di diverse critiche dopo le parole di Dávid Jancsó, montatore del film.

Jancsó, durante un’intervista, ha raccontato che in fase di post-produzione – ossia dopo le riprese del film – lui e il suo team si sono serviti dell’intelligenza artificiale per modificare alcuni dialoghi tra i personaggi principali ma anche per creare delle immagini che compaiono nella sequenza finale. 

In particolare, da una parte, si è usato un software di modifica della voce per migliorare la pronuncia ungherese di Adrien Brody e Felicity Jones, entrambi attori americani. Dall’altra, l’intelligenza artificiale è stata impiegata per generare ex novo delle immagini e disegni di edifici. 

Andando più nello specifico, è interessante il processo creativo che il team di Jancsó ha messo in piedi per sfruttare al meglio l’IA.

Nel caso della voce, ad esempio, il team ha dato in pasto al software una serie di dialoghi registrati in ungherese, utilizzando perfino delle espressioni in dialetto. A quel punto, l’IA già addestrata sulla pronuncia ungherese ha assimilato anche le voci dei due attori, ricreandone successivamente una copia in grado di pronunciare correttamente qualsiasi vocabolo ungherese. 

La notizia ha scatenato numerose polemiche che hanno riportato al centro dell’attenzione le dinamiche legate alla richiesta di limitazione dell’uso dell’intelligenza artificiale.

Ultimamente l’industria cinematografica hollywoodiana sta demonizzando gli usi dell’IA in campo artistico, anche alla luce delle più che lecite proteste del sindacato SAG-AFTRA in merito ad una regolamentazione del suo uso. 

Corbet, intervistato da un importante magazine americano, ha spiegato come, in realtà, il software si sia dimostrato un’arma in più all’interno del processo creativo e non un sostitutivo della manualità umana. Queste le sue parole: “L’obiettivo era quello di preservare l’autenticità delle interpretazioni di Adrien e Felicity in un’altra lingua, non di sostituirle o alterarle, e di farlo con il massimo rispetto per il mestiere“.

A questo punto la domanda da porsi è se e come Hollywood riuscirà a gestire lo sviluppo di una tecnologia così sofisticata e, soprattutto, se riuscirà a non compromettere l’essenza stessa del cinema.

Giorgio Maria Amadori