“Colibrì Vision” è un’agenzia di comunicazione con sede a Torino, ma per Andrea, che abbiamo incontrato per farci dire qualcosa in più, la sua creatura è una vera e propria “cucina” di idee. È un “tana creativa”, che narra l’essenza dei brand senza seguire soltanto la logica dell’algoritmo.
1. Come spiegheresti cosa fa “Colibrì Vision” a chi non se ne intende tanto di comunicazione?
“Ci sono due momenti principali nella vita di Colibrì: quando iniziamo a dedicarci ad un progetto nuovo e quando facciamo mantenimento, lavorando, per task, sui progetti già presi in carico.
Abbiamo un reparto comunicazione e un reparto IT, diversi, ma collegati, perché collaborano per raggiungere gli obiettivi definiti dal cliente. Il primo si occupa di costruire una strategia, analizzando i trend e studiando come comunicano i competitors e come parlare a chi è disposto ad ascoltarci. Poi, si butta giù il piano editoriale e si capisce come operare sia nel digitale sia nell’offline. Il reparto IT è il più tecnico; costruisce l’identità del brand che ci viene affidato e cerca di tradurla in una grafica esperienziale, per far respirare l’anima del brand, cercando di far vivere la stessa esperienza che si vive nel fisico anche nel digitale.”
2. Si può dire che ci sia stato un rebranding dalla nascita di “Colibrì” fino ad oggi?
“Più che un rebranding, c’è stato un branding. Colibrì è nata come un’idea per arrotondare il proprio stipendio, non come un proprio progetto imprenditoriale. Il brand Colibrì è nato, invece, quando ci siamo resi conto che vendere le nostre potenzialità come un’idea comune poteva funzionare di più.
Eravamo un’idea, poi siamo diventati un’agenzia di comunicazione, adesso siamo una tana creativa con potenzialità e skills che possono essere competitive sul mercato.”
3. Quali reputi siano i “must have” per una comunicazione efficace?
“Noi siamo schiavi dei social e degli algoritmi, ma abbiamo capito che basarsi soltanto sui trend non basta, se non si vuole cadere in una comunicazione piatta. Ciò che funziona e raccontare le storie, le persone e i valori da cui i progetti che ci vengono affidati sono nati, per questo abbiamo tante figure diverse che compongono i tasselli per costruire un racconto.”
4. Tra i vostri clienti compare “La Notte della Taranta”. Cosa cambia tra la comunicazione di un evento e quella di un prodotto o di un brand?
“La storia non cambia, anzi: è quasi più semplice. Quando si racconta un evento, oltre ad offrire un servizio, si raccontano le emozioni, in questo caso quelle che si provano ascoltando una musica che potrebbe essere per pochi, ma che raccoglie migliaia di persone. Non si deve vendere niente, perché è l’emozione che parla. Qui prende vita la parte artistica del nostro lavoro, perché l’esperienza la costruiscono gli altri, noi dobbiamo solo comunicarla nel miglior modo possibile.”
5. Sul vostro sito, affermate di costruire tutto in base alle abitudini degli utenti. Come indagate la “user experience”?
“Quando prendiamo in carico un progetto, prima di capire cosa dobbiamo comunicare dobbiamo capire chi è disposto ad ascoltarci, quindi il nostro target. Poi, ci mettiamo nei panni dell’utente, facilitando la sua scelta, facendo in modo che compia il suo obiettivo nel minor tempo possibile e aiutando anche il nostro cliente a raggiungere il suo obiettivo.
Ovviamente, ogni progetto ha la sua struttura e non tutte le user experience sono uguali.”
6. Come pensi che l’intelligenza artificiale influirà sul tuo lavoro nel futuro prossimo?
“Non credo che l’AI ci ruberà il lavoro, credo, al contrario, che lo potenzierà molto. Noi la utilizziamo come aiuto nella ricerca e come spunto nella costruzione di loghi o nella scrittura di copy e post social, ma siamo consapevoli del fatto che siamo in grado di fare cose che l’intelligenza artificiale non farà mai.
È una grande opportunità, tutto dipende da come la sfruttiamo.”
