WU MING E IL NEW ITALIAN EPIC

Wu Ming è un laboratorio di design letterario all’opera su vari media e per varie committenze, fondato da quattro autori, Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Luca Di Meo e Federico Guglielmi, a cui si è aggiunto poi Riccardo Pedrini. Autori anonimi per esplicita volontà (si denominano Wu Ming 1, 2, 3, 4 e 5), non appaiono in televisione e ignorano le tipiche strategie promozionali dell’apparenza, in primis i servizi fotografici. Esistono però a tutti gli effetti in quanto autori: rilasciano interviste, viaggiano per l’Italia a presentare le proprie produzioni, individuali o di gruppo, e sono impegnati in un dialogo costante con il proprio pubblico.

La scelta di un nome cinese per il collettivo bolognese non è casuale: è legata al fatto che i cinque scrittori credono che in futuro non si potrà prescindere da quanto accade nella Cina continentale e, più in generale, in Oriente. Le principali caratteristiche di Wu Ming sono il rifiuto della concezione romantica e del genio artistico e la messa in crisi della logica del copyright: il collettivo non crede alla proprietà privata delle idee. Pertanto, tutti i prodotti legati a Wu Ming sono scaricabili gratuitamente dal sito ufficiale.

Nel 2008, durante una serie di incontri sulle condizioni attuali della letteratura italiana contemporanea tenutisi in varie università americane, Wu Ming 1 parla per la prima volta di New Italian Epic riferendosi a un insieme di opere che negli anni precedenti si era delineato nella nostra letteratura nazionale. Da allora, la polemica si scatena: critici e scrittori accusano Wu Ming di anglofilia e incitamento alla sovversione.

Per capire meglio cos’è il New Italian Epic, possiamo riferirci alle stesse parole di Wu Ming 1: “Il New Italian Epic è […] un corpo di testi, libri scritti nella Seconda Repubblica aventi in comune elementi basilari e una natura allegorica di fondo.” Secondo Wu Ming 1, tutte le opere riconducibili a questo genere sono posteriori al 1993. Queste, tra cui citiamo Romanzo criminale di De Cataldo e 54 degli stessi Wu Ming, vengono chiamate dal collettivo “oggetti narrativi non identificati”, in inglese “Unidentified Narrative Objects”. L’acronimo diventa UNO e, in effetti, a detta dei Wu Ming “ognuno di questi oggetti è uno, irriducibile”. L’elemento perturbante dello sfuggire a ogni categoria critica ed editoriale è la prima caratteristica dei libri che appartengono al New Italian Epic. Un esempio tipico è Gomorra: non solo romanzo, non solo reportage, non solo narrativa, non solo giornalismo. Un ibrido, una contaminazione di più generi e categorie letterari.

Perché parlare di epica? In queste opere compaiono imprese storiche o avventurose che si inseriscono all’interno di periodi di crisi o conflitti superiori, con numerose incursioni di elementi soprannaturali. Per questo, esse non sono riconducibili esclusivamente al genere del romanzo storico. Inoltre, la fragilità umana rispetto alla storia è continuamente riportata in primo piano in questi romanzi, permettendo così al New Italian Epic di non escludere l’introspezione caratteristica del genere epico.

All’apparente difficoltà strutturale di queste opere si combina sempre un’attitudine “pop”, data dalla credenza che il lettore sia sempre più intelligente di quanto lo credono i critici. Un’altra caratteristica fondamentale del New Italian Epic sta nella transmedialità delle sue opere: ogni libro può e deve far creare oggetti o altri prodotti che lo riguardano.

Secondo Wu Ming 1, col tempo sempre più autori italiani hanno prodotto opere UNO, senza dare importanza alla frontiera tra narrativa e saggistica e producendo una vera discussione nella critica italiana. Infatti, ciò che all’epoca sembrava una tendenza, sta diventando un vero e proprio modo all’italiana di fare letteratura.

Margherita Zanni