THE WORST PERSON IN THE WORLD: L’INCERTEZZA DI NON SENTIRSI REALIZZATI

Almeno una volta nella vita ognuno di noi ha sentito il bisogno di evadere dalla propria realtà, o si è interrogato su quale fosse il percorso più giusto da intraprendere: a quasi trent’anni Julie si sente “spettatrice della sua stessa vita” e decide così di lasciarsi tutto alle spalle e ripartire da zero. Con la sua terza opera, Joachim Trier continua il suo “Ciclo di Oslo” con un film che guarda dritto alla generazione del presente, mettendo a nudo tutte le incertezze e instabilità di chi si trova nel decennio che intercorre tra i venti ed i trent’anni.

In The Worst Person in the World, il regista decide di dare respiro ad un periodo della vita poco esplorato nella cinematografia contemporanea, riuscendo a coniugare sapientemente i dubbi che attanagliano la generazione degli attuali ventenni nel contesto della società del Ventunesimo secolo, creando dei costanti punti di aggancio con i quali potersi riconoscere e ritrovare. La pellicola, che si snoda attraverso una struttura semplice e intervallata a capitoli, ci fa viaggiare lungo il percorso di vita della protagonista partendo dall’università sino ad arrivare ai trent’anni, vivendo con lei i momenti di crisi, dolore, incertezza e soprattutto paura di sbagliare. Sono infatti questi i temi che emergono fin da subito nel racconto e permettono di empatizzare con un personaggio apparentemente sbagliato, ma che rappresenta uno specchio perfetto di chi sta vivendo quegli stessi anni e si trova in balia di dover capire chi vuole essere davvero.

La frammentazione delle sicurezze è figlia della nostra società, che mette alla prova la possibilità di guardare ad un futuro sicuro e ci pone piuttosto di fronte a tante scelte ma poche realtà stabili, sulle quali sentirsi sicuri di affidare i propri sforzi per costruire chi saremo un domani. Julie si sente “la persona peggiore del mondo” e lo sguardo della camera riflette il modo in cui lei stessa guarda alle proprie azioni, convinta di essere peggiore di chi la circonda per le scelte che compie lungo la sua strada e le indecisioni che la attanagliano nel corso dei suoi anni universitari. Ma, a guardarla dall’esterno, Julie potrebbe essere chiunque, con la paura di intraprendere il percorso sbagliato, di essere giudicata per le proprie passioni o addirittura screditarle, come lei stessa fa con l’articolo che tanto le viene lodato da chi la circonda. La novità del film è proprio quella di guardare ad un periodo diverso della vita umana, che va al di là dei drammi adolescenziali o le difficoltà della vita coniugale, ma si interroga su cosa rappresenta quel momento di transizione in cui non si è più bambini ma neanche completamente adulti, e si cominciano a posizionare i mattoni per le fondamenta della propria vita indipendente.

Nella serialità degli ultimi anni, il nuovo sguardo sull’attualità dei “giovani adulti” si era già presentato con sfumature simili in Normal People (serie tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney) e High Fidelity (dal romanzo di Nick Hornby); in entrambi i casi i protagonisti, e le protagoniste in particolare, vivono situazioni di vita quotidiana in un’ottica profondamente moderna, che mette a nudo le difficoltà di una generazione nuova che affronta problemi differenti, i quali però necessitano di essere messi in mostra e contestualizzati.

Il mondo della cinematografia e dei prodotti seriali comincia così a diventare sempre più legato ai nostri giorni: è fatto di telefoni che distraggono dalla vita quotidiana, di problemi ambientali, di femminismo, di rivolte e manifestazioni; ci si allontana finalmente dal cinema classico e si entra in un’epoca più moderna che rappresenta finalmente uno scorcio degli ultimi dieci anni, e la Julie di Trier ne è forse la prova più evidente.

Caterina De Angelis