COP26: L’IMPEGNO DEI SOCIAL

L’evento di Glasgow (1-12 novembre 2021) rivela la sua importanza non solo per la lotta ai cambiamenti climatici, ma anche per la mobilitazione ad opera dei social media per bloccare le fake news circolanti in rete, che rischiano di diventare estremamente virali proprio per la concentrazione dell’attenzione su questa conferenza, chiamata appunto “Conferenza delle Parti”.

Si tratta della riunione annuale di quasi tutti i vertici dei Paesi del mondo per raggiungere un accordo su come affrontare il problema climatico, aggiornando i piani di riduzione delle emissioni elaborati durante la COP21, avvenuta nel 2015 a Parigi.

Dopo il grande sforzo da parte dei social in occasione del Covid-19 e dei vaccini per monitorare i contenuti e rimuovere informazioni false o non verificate, anche in questa occasione non sono restati inerti, avviando una serie di azioni, stavolta di tipo preventivo.

Infatti, le quattro più importanti “Big Tech” si stanno impegnando a garantire, sulle proprie piattaforme, la circolazione di informazioni credibili e derivanti da fonti autorevoli e affidabili.

Twitter ha messo a punto un nuovo programma che aumenta la visibilità, all’interno degli spazi di ricerca, di informazioni provenienti da esperti qualificati, nel campo della scienza e del giornalismo, con cui il social ha deciso di collaborare. 

Questa tecnica, chiamata “de-bunking”, è stata annunciata l’1 novembre, insieme alla creazione della event page#COP26, ed una serie di hashtag per aggregare le informazioni relative all’evento.

Anche Google si è mossa in anticipo, prevedendo una nuova policy, datata 7 ottobre, in risposta alle preoccupazioni degli inserzionisti verso contenuti, pubblicati vicino ai propri, che promuovano affermazioni imprecise sui cambiamenti climatici.

Questa nuova politica di monetizzazione “vieterà gli annunci e la monetizzazione di contenuti che contraddicono il consenso scientifico consolidato sull’esistenza e le cause dei cambiamenti climatici”.

Facebook, a sua volta, ha anticipato l’avvenimento annunciando, nella Newsroom della sua holding dal nuovo nome Metaun milione di dollari di investimenti per supportare le organizzazioni che combattono la disinformazione e mettere in rilievo i climate advocates su Facebook e Instagram. 

Questo per rispondere alle esigenze emerse da un suo sondaggio, tra cui la necessità di maggiori informazioni sul tema climatico, rilevata in 6 intervistati su 10.

Si discosta invece dalle precedenti l’iniziativa di YouTube, la quale ha voluto presentare sette contenuti multimediali, restati disponibili fino al 30 ottobre, per sensibilizzare e motivare il proprio pubblico verso un comportamento ecologicamente più sostenibile. 

La sua strategia per attirare l’attenzione? Il coinvolgimento di personaggi importanti e riconosciuti, da quelli più simpatici, come i Muppets, a quelli più autorevoli, con in testa Barack Obama e TED.

Le iniziative viste di anticipazione e di indirizzamento dei contenuti “a priori” potrebbero mettere una volta per tutte la parola fine a un punto critico di queste piattaforme: i loro algoritmi.

In passato, in occasione di eventi di grande importanza (prima tra tutti la situazione pandemica), le piattaforme social sono più volte diventate megafono per negazionisti e complottisti, i cui contenuti, che sfruttavano le logiche delle piattaforme attraverso titoli clickbait e una ricca elaborazione di key themes altamente ricercati dagli utenti, spesso hanno generato più traffico di quelli relativi a fonti veritiere, provocando non poca confusione e sfiducia nelle piattaforme da parte dei lettori.

Ma che ne sarà della lotta alla disinformazione, una volta terminato l’evento?

La modifica delle policy delle piattaforme sembrerebbe indicarne un proseguimento, anche dopo la COP26. In particolare, Twitter ha assicurato che il monitoraggio continuerà e che metterà in atto misure contro la disinformazione, qualora questa dovesse ripresentarsi in modo allarmante.

Simona Gilardoni