ANNYEONGHASEYO, NETFLIX!

Negli ultimi anni, Netflix si è dato al kimchi e al tteokbokki, attingendo dall’enorme bacino di contenuti mediali che arrivano dalla Corea del Sud per ampliare la propria offerta. Benvenuti in questo viaggio nella mia nuova ossessione: i k-drama.

In pieno lockdown, quante volte vi siete ritrovati a passare intere serate alla ricerca di nuovi film o serie tv, guardando ore di trailer e addentrandovi sempre di più tra le viscere della libreria di Netflix? Ecco, proprio negli angoli più remoti della piattaforma c’è un mondo – o meglio, un paese – tutto da scoprire: quello dei “k-drama” (o “korean drama”), le serie tv coreane. Se consideriamo la lunga tradizione di doppiaggio del nostro paese, la cui prassi di fruizione di contenuti mediali non prevede certo la lingua originale, la domanda sorge spontanea: per quale motivo Netflix ha deciso di buttarsi sulle soap opera coreane?

Giusto per darvi un’idea, essendo prodotti televisivi, proprio come in Italia esistono quelli più mainstream (adatti al grande pubblico e trasmessi dalle reti generaliste) e quelli un po’ più di genere (un po’ meno edulcorati e censurati rispetto ai primi, che vengono solitamente trasmesse dalle reti a pagamento). Proprio come nel caso delle serie tv occidentali, ne esistono di tutti i tipi: dal genere crime a quello romantico, dal genere storico al fantasy e la lista è ancora lunga. Insomma, è praticamente impossibile restare a bocca asciutta.

Adesso lasciatemi aggiungere un altro elemento chiave: i k-drama seguono solitamente un format fisso, intendendo il format come il set degli elementi invariabili di un programma (ivi compresi elementi quali durata della serie, delle stagioni, degli episodi). Si tratta, infatti, di prodotti mediali che non si estendono oltre le 2 stagioni, ma sono per lo più di una sola stagione, composte mediamente da 12 episodi della durata di un’ora circa. Questo tipo di impostazione, unito a narrazioni incalzanti, ricche di colpi di scena e forti emozioni e a colonne sonore perfette per ogni fotogramma, trascina lo spettatore in un loop spazio-temporale in cui il binge watching è praticamente d’obbligo.

Mettete insieme questi ingredienti, aggiungete una spruzzatina di attori e attrici esteticamente perfetti – sì, sono pure bellissimi! – e otterrete il prodotto perfetto per Netflix: i k-drama sono teoricamente in grado di accontentare tutti i suoi abbonati, soddisfacendo le loro preferenze di genere e offrendo loro la possibilità di calarsi nei panni di chiunque desiderino, per almeno 12 ore di fila! Un po’ come se Ryan Murphy si fosse fuso con Bong Joon-Ho, dando origine alla suprema regina dei k-drama Kim Eun-Sook.

Incredibile, vero? Lo sarebbe, se Netflix non dovesse scontrarsi ogni giorno con un pubblico assuefatto dal doppiaggio. Che Netflix stia riponendo le proprie speranze nei giovani, solitamente più propensi al consumo in lingua originale? Non so darvi una risposta, ma posso lanciarvi una provocazione: se vi promettessi emozioni senza fine, storie avvincenti e un livello di produzione che non ha niente da invidiare a quello delle grandi industrie mediali americane, accettereste la sfida della lingua originale?

Martina Forasiepi