QUANDO I MASS MEDIA E L’OPINIONE PUBBLICA CONTRIBUISCONO ALLA COSTRUZIONE DELLA REALTÀ: IL CASO SAN PATRIGNANO

Dalla sua uscita su Netflix, la docu-serie SanPa ha cavalcato la classifica dei 10 contenuti mediali più guardati sulla piattaforma streaming digitale, generando discussioni e opinioni contrastanti: che cosa ci ha insegnato?

Anni ’70: l’Italia come altri Paesi nel mondo sta assistendo alla diffusione di una droga molto più potente e ingestibile di quanto si potesse immaginare: l’eroina. Immedesimatevi per un secondo e ipotizzate di iniziare per divertimento o magari perché è una cosa che fanno tutti i vostri amici, senza sapere quali siano le conseguenze e gli effetti a lungo-termine; le istituzioni fanno finta di non sapere e si girano dall’altra parte – perché non sanno come reagire e vedono queste persone (la maggior parte giovani) come scarti della società. Poca informazione come poche sono le campagne contro questo nemico comune; ancora meno sono i centri che si propongono di aiutare nel concreto queste persone e non solo attraverso la fornitura di palliativi, come siringhe pulite e metadone.

Un affaccio su questa cruda realtà, che punta i riflettori sul degrado ma anche sulla sofferenza e miseria che porta la dipendenza dall’eroina, viene data dal racconto di Christiane F. col celebre libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino uscito nel 1979. Christiane ha solo 17 anni quando esce il suo libro e dopo una breve introduzione di un’infanzia difficile, ci racconta di anni durissimi – comincia ad usare droghe a 12 anni, a 13 ha già provato l’eroina e si prostituisce per procurarsela. Se volete uno spaccato di quegli anni vi consiglio vivamente il libro, un pugno allo stomaco che ripercorre con lucidità quel periodo, favorito anche dal racconto in prima persona della protagonista.

In Italia la situazione non è tanto diversa per cui alla nascita di San Patrignano nel 1979 – cooperativa del riminese che fornisce assistenza gratuita per tossicodipendenti ed emarginati ad opera di Vincenzo Muccioli – sembra di vedere un futuro per questi ragazzi che erano stati abbandonati a loro stessi e una speranza per le loro famiglie, devastate e incapaci di agire. San Patrignano diviene un punto di riferimento per la comunità e le istituzioni italiane, che sembrano essere sollevate dall’aver trovato una soluzione pratica.

La fama di “SanPa” e del Muccioli cresce, e con essa anche l’opinione pubblica positiva. La sua efficacia stava nell’aver costruito una comunità forte e unita, lontana dalla droga e attiva al suo interno. Inoltre – ed è questo uno dei primi motivi che inizierà a far discutere – chi entrava non poteva uscire senza l’approvazione di chi l’amministrava: se i membri sceglievano di fuggire – e come ci insegna Christiane F. nel caso dei tossicodipendenti era molto frequente – venivano riportati dentro, a volte contro la loro volontà e utilizzando spesso modi violenti alquanto discutibili.

Nel 1983 inizia quello che viene definito “il processo delle catene” in cui vengono contestate le modalità violente utilizzate: Vincenzo Muccioli viene processato per sequestro di persona e maltrattamenti. L’opinione pubblica si spacca: chi difende a spada tratta il Muccioli e la comunità, sottolineando non solo i benefici che aveva apportato ma anche l’assenza di alternative, e chi ripudia l’uso della violenza in qualsiasi caso. Due anni dopo l’imprenditore viene assolto ma il tribunale mediatico non si arresta: si comincia a scavare nel suo passato e ogni notizia diviene un pretesto per innalzarlo o contestarlo.

Nel 1993 un nuovo scandalo: viene ritrovato il corpo di un membro della comunità nei pressi di Napoli, fatto che porterà ad un secondo processo nei confronti del Muccioli. L’Italia è sempre più divisa in innocentisti e colpevolisti – tra i primi si ricordano Gian Marco e Letizia Moratti, finanziatori della comunità, e altre figure di spicco della politica – e viene a crearsi quel meccanismo che accompagnerà in futuro altri casi mediatici italiani, dal delitto di Cogne, alla strage di Erba, al delitto di Garlasco e di Perugia, in cui l’opinione pubblica e i mass media contribuiscono alla costruzione della realtà.

Proporrei qui di seguito un’interessante citazione di Leonardo Sciascia di un articolo pubblicato su El País nel 1987: «Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa in “innocentisti” e “colpevolisti” – in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli».

Il rischio che si incorre nel sostenere una tesi piuttosto che un’altra, come se si trattasse della propria squadra del cuore, è quello di non considerare la questione con oggettività e tutte le sue sfumature. La docu-serie SanPa, come altri contenuti mediali, non dev’essere un pretesto per stabilire l’ultima parola, ma può farci riflettere su questioni più grandi – ad esempio quanto può essere labile il confine tra il bene e il male – senza necessariamente santificare o demonizzare qualcuno.

Sara Lucà