THE TRUMAN SHOW: INFLUENCER ANTE-LITTERAM?

Cosa hanno in comune Truman e Chiara Ferragni?

Perché parlare oggi del film “The Truman show”, uscito nell’ormai lontano 1998? Perché chiedersi oggi cosa era lo show di Truman, i suoi personaggi e i suoi utenti? La risposta è che il film di Peter Weir è stato visionario, ante-litteram, capace di parlare – senza neanche saperlo – alle generazioni future di temi come iperconnessione, social media e influencer.

Nel film, Truman Burbank è il protagonista involontario di un reality show molto popolare che lo sta seguendo fin dalla sua nascita: la vita di Truman e la sua crescita fino all’età adulta altro non è che un grande set cinematografico, in cui tutti i suoi affetti e amici sono attori/comparse che creano intorno a lui avvenimenti, tradimenti, sorprese, morti e matrimoni seguendo il copione dell’onnipotente regista Christof. Tutti sanno che quella di Truman è una vita “falsa”, creata a tavolino, eterodiretta, tranne Truman stesso che, invece, vive una vita “vera e reale” – che lui almeno crede tale – fino all’epilogo che lo catapulta verso una verità finalmente condivisa da tutti: spettatori, attori e sé stesso.

Soffermiamoci su questa “vita” di Truman, che tanto sembra lontano da noi e che invece tanto parla proprio di noi oggi: il “Truman show” è la spettacolarizzazione del quotidiano, del giornaliero, dell’“hic et nunc” e il protagonista è, suo malgrado, una star della televisione, acclamato da milioni di fans che lo seguono giorno e notte sul piccolo schermo, a loro volta destinatari di pubblicità neanche troppo occulte. Ci ricorda qualcosa? Al posto delle telecamere nascoste mettiamo la rete, al posto del set cinematografico mettiamo i social media, al posto di Truman mettiamo gli influencer, al posto dello schermo televisivo mettiamo quello dei devices, al posto degli spettatori televisivi mettiamo noi o comunque tutti quelli che connessi o iperconnessi seguono le stories di perfetti sconosciuti, al posto della pseudo-moglie di Truman che pubblicizza con un sorriso stereotipato questo o quel prodotto mettiamo i banner delle aziende che passano continuamente in rete… ed ecco che Peter Weir non sta girando il suo film del 1998 ma sta narrando il futuro delle generazioni del III millennio.

Tutto nel film ci sta parlando della nostra contemporaneità virtuale, digitale, social. A cominciare da Truman, un uomo qualunque, che non sa fare niente di particolare, che vive una vita regolare, banale, monotona, fatta di saluti giornalieri al vicino di casa, di baci alla moglie quando va al lavoro, di chiacchiere con i colleghi, di una bevuta di birra con l’amico: certo, lui non sa di essere ripreso e quindi è solo inconsapevolmente la star del suo show, ma gli influencer di oggi non sono forse dei Truman consapevoli dello storytelling social che utilizzano per diventare “qualcuno”? Non sono forse personaggi che mettono a nostra disposizione la loro vita, spesso priva di qualsiasi avvenimento eclatante, anche ventiquattro ore al giorno con l’accessibilità dello smartphone?

E noi non siamo i telespettatori del Truman show diventati solo più tecnologici, ma comunque sempre/spesso attaccati allo schermo digitale per essere aggiornati su cosa sta facendo Fedez o su cosa ha indossato Chiara Ferragni? E non sono proprio questi influencer che ci pubblicizzano brand e aziende i cui prodotti corriamo a comprare proprio perché a loro associati? Non sono questi personaggi a creare nel nostro immaginario l’utopia di poter diventare, come loro – come Truman, anche noi “qualcuno” – semplicemente creando una storia su Instagram o postando un filmato della nostra giornata su qualche social media?

E chi sarà oggi Christof, il regista onnipotente che senza scrupoli muove tutti i fili della vita di Truman? Alle ipotesi, o forse anche a qualche certezza, possiamo arrivare tutti, diventando novelli Truman non più vittime del gioco altrui ma artefici consapevoli delle nostre scelte, andando verso il mistero che si nasconde dietro al finto muro/orizzonte della cittadina di Truman.

Patrizia Celot