Il documentario: Really Non Fiction? Real People or Fake Personalities?

L’affrontare il tema del documentario musicale consente di volgere la propria attenzione a una pluralità di aspetti della nostra cultura e offre spunti per l’approfondimento dei più disparati argomenti.

Ciò è dovuto alla natura stessa del documentario quale prodotto audiovisivo avente portata culturale, informativa, socio-politica o scientifica, volto alla divulgazione dello scibile umano, restituito, poi, dallo schermo senza esplicite finalità di finzione.

Parlare del documentario significa ripercorrere il cammino della Settima Arte, a partire dalle cartoline dei fratelli Lumière (La sortie des usines Lumière del 1985 e L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat del 1896), compiere un viaggio nel tempo, scandito dalle tappe dell’evoluzione tecnologica, capace di fornire strumenti per la visione e la registrazione del reale sempre più affidabili e tali da consentire al documentarista d’entrare direttamente nella realtà da filmare, di dialogare con il contesto nel quale si trova immerso, di cogliere con il suo cine-occhio (come Vertov definiva la macchina da presa) l’avvenimento cui sta assistendo, per, infine, consegnarlo alla platea, attraverso il suo punto di vista autoriale, fatto anche della scelta dello stile narrativo, delle inquadrature da giustapporre, del sonoro da montare.

Ciò significa che il documentario non è e non può essere una riproduzione fedele della realtà: il semplice fatto di costruire un filo conduttore va a scapito della nozione di nonfiction, adottata nei Paesi di lingua anglosassone per indicare il documentario e discernerlo dal film di finzione, laddove la realtà è apertamente manipolata dal regista, per esprimere quanto immaginato. 

Anche il documentario musicale, il quale pone il focus sull’argomento musica, attraverso biografie di artisti e gruppi, riprese di concerti, si presta a diffondere versioni d’autenticità falsata: v’è una indistinguibile linea di confine tra realtà e finzione. Lo stesso Woodstock (Michael Wadleigh, 1970), pietra miliare del genere, Oscar nel 1971 come Miglior documentario, scrigno dell’eredità culturale dell’omonimo festival, evento-simbolo della contestazione e della filosofia hippie che vide, dal 15 al 18 agosto del 1969, quattrocentomila giovani riversarsi per le strade e le campagne di Bethel, nello Stato di New York, per assistere a 3 Days of Peace & Rock Music, mette in luce la natura costruita della verità presentata: Wadleigh – attraverso la tecnica di montaggio split screen – affianca due dinamiche visioni contemporanee di eventi simultanei, propone riprese aeree di flussi d’auto e di persone alternate ad interviste agli abitanti del luogo e ai partecipanti, per offrire un approccio giornalistico. 

Avvicinandoci ai giorni nostri, i documentari musicali si rivelano strumento impiegato dalle star per costruire l’immagine di sé che vogliono trasmettere alla loro audience nonché opportunità per i fan di gettare uno sguardo alla vita dei loro idoli. La cultura delle celebrità oramai non è più limitata alle riviste di gossip ma è integrata in tutte le sfere dei media popolari.

A mutare anche i modi in cui le celebrità vengono costruite e diffuse. Madonna: Truth or Dare (Alek Keshishian 1991), girato durante il tour Blonde Ambition del 1990 di Madonna ne volle fissare l’immagine di personaggio scandaloso, spregiudicato, incurante delle critiche, intendendo l’arte come libera espressione della personalità. Immagine alla quale, nell’ultimo decennio, le star femminili, hanno iniziato a contrapporre un modello più umano e reale, anche fragile: Lady Gaga con Gaga: Five Foot Two (Chris Moukarbel, 2017) ha raccontato la sua lotta con la fibromialgia e il lato meno semplice dell’essere famosi e di successo: il sentirsi isolati poiché, dopo il raggiungimento della fama, muta il modo in cui si è guardati dalle persone. Beyoncé, con Homecoming (2019), parla, in musica, del percorso seguito per superare i limiti imposti dalla discriminazione sistemica di cui è vittima in quanto donna, in quanto afroamericana, in quanto persona di razza mista, in quanto madre in un mondo che, spesso, impone di scegliere tra il successo nel lavoro e l’allevare i propri figli. 

In altri termini, la filmografia musicale non è solo strumento per catturare l’attenzione del pubblico fruitore del prodotto musicale – in ottica precipuamente commerciale – ma anche racconto esperienziale che il pubblico deve leggere, in chiave sociologica, per trovare la storia per eccellenza, nella quale riconoscersi e misurare se stessi e il mondo.

Alberta Manobianca