DI MADRE IN FIGLIA: UN LEGAME INDISSOLUBILE

Mario Perrotta, regista dello spettacolo, prosegue la sua trilogia iniziata con In nome del padre e questa volta presenta la figura della madre, la esamina, la attacca e la scopre nella sua fragilità.

Il rapporto che lega madre e figlio è il più forte, il più vero ma, come insegna Pasolini con la sua poesia Supplica a mia madre, può essere il più pericoloso: «Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere: / è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. / Sei insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che mi hai data».

In scena i due attori Mario Perrotta e Paola Roscioli interpretano rispettivamente la nonna e la mamma, due topos per eccellenza, che si scopriranno deboli e interdipendenti l’una dall’altra.

A rendere il messaggio così forte ed attuale è la scenografia: due opere d’arte contemporanea di forma rotonda creano l’involucro nel quale sono racchiusi i personaggi che mostrano il loro corpo dal busto in poi.

Due opere che potrebbero rappresentare la gravidanza o addirittura la placenta nel quale nuota la “figlia” che, proiettata in forma digitale, si sposta da un involucro all’altro. Due uteri collegati da una fune, il cordone ombelicale, una catena, che permette alla nonna di strattonare la madre e la madre di tener legata la figlia; tutta la scena è segno di protezione ma anche d’immobilità e d’ impotenza.

Il fulcro dello spettacolo è l’educazione della figlia che porta allo scontro di due mondi: quello “antico” della Nonna, madre della madre e quello “moderno” della madre, madre della figlia. 

In questa modernità la trovata geniale è la scelta di rappresentare la contemporaneità odierna. Ed ecco che entra in gioco Whatsapp come un grottesco deus ex machina, al quale la madre si rivolge nei momenti di sconforto. Lo spettatore vede così proiettato nell’involucro della Madre lo schermo del telefono dal quale fuoriescono i consigli in forma di messaggi vocali scambiati nel gruppo delle “mamme disperate”. Consigli surreali, che mostrano il lato tragicomico delle mamme post-moderne senza autorità, pronte ad entrare nel panico alla prima linea di febbre.

E’ proprio la tecnologizzazione della scena ad avvicinare lo spettatore alla storia e a rendere così realistici i dialoghi in un’atmosfera beckettiana. Paradossalmente ciò dimostra come l’espediente mediatico è ciò che aumenta l’engagement della performance stessa e trasmette quel senso di quotidianità che avvicina e lega lo spettatore alla storia.  

In questo scontro tra due mondi, antico e moderno, vincerà da un lato quello antico della Nonna, austero e duro, come a voler sottolineare l’inadeguatezza dei genitori di oggi ma dall’altro quello della modernità nella scena: l’unica a dare spessore e verità alla storia. Non è forse l’invasione della tecnologia e l’infobesità ad aver reso difficili i rapporti umani? Allora perché riportarla anche a teatro? Per il fatto che parla di noi in prima linea, delle nostre difficoltà e ciò non è screditante per il teatro ma necessario affinché accolga i pensieri e le atmosfere della contemporaneità.

Giulia Guastella