Perché piacciono i trapper?

Alcuni li amano, molti li odiano, ormai nessuno più gli è indifferente. Possiamo dire che il 2018 è stato l’anno della trap: Sfera Ebbasta, Capo Plaza, Ghali, Dark Polo Gang e compagnia hanno invaso le piattaforme di streaming, le radio e i social affermandosi come uno dei fenomeni (multi)mediali più discussi tra i giovani e i giovanissimi.

Molti diranno che è una moda passeggera, che è solo l’ultima esportazione dagli USA sbarcata in Europa per una sorta di colonialismo culturale, ma si potrebbe guardare alla nuova ondata dell’Hip Hop come a un movimento molto più profondo, a un vero e proprio fenomeno generazionale.

Allora ci chiediamo: perché piacciono i trapper? La risposta ci porta a toccare non solo ambizioni e desideri, ma anche paure e timori delle nuove generazioni.

I trapper hanno nella loro narrativa, musicale ma anche visiva e social/digitale, una forte componente aspirazionale: il loro obiettivo è quello dell’autorealizzazione. Giovani, ricchi e ambiziosi: il loro successo è l’affermarsi del loro ego. È un successo che non ha ambizioni profonde: sì, il fare musica vuol dire essere ricordati, ma quello che conta è materialismo e consumo. Soldi, moda e droga sono i segni di un riscatto che è unicamente individuale, quasi mai sociale, al massimo condiviso con i parenti più stretti. Sono i figli di una società consumistica e individualista.

Il successo, pur di differenziarsi, è vissuto in maniera estrema, esasperata, mirata al più totale eccesso. Molte volte i trapper sono dei freaks, ci affascinano nella nostra pulsione verso chi è completamente diverso da noi, il ribelle capace di ribaltare completamente la convenzione sociale, fare quello che noi non ci sogneremmo mai di fare.

La ribellione del trapper però non è mai destabilizzante: è lo stadio terminale del ribelle senza causa, il suo eccesso è vissuto in maniera bambinesca, colorata, ludica. All’interno del “rap game”, la trap è un vero e proprio gioco: ascoltare i pezzi è un momento ironico, di svago, evasione. Non è un caso infatti che le basi mischino suoni da carillon con sonorità elettroniche, estremamente orecchiabili e perché no, ballabili anche in discoteca…

Insomma alla base della trap c’è anche tanta autoironia, una scelta ben consapevole di fare musica per ragazzini, di seguire ritmo e stile senza contenuto.

Spegnere il cervello è una scelta consapevole per questi personaggi. È un rifiuto all’introspezione.

Ma cosa avviene quando la riflessione su di sé entra nella trap? Quando non si chiude nel suo gioco il genere lascia intravedere un mondo giovanile problematico, nascosto dietro la facciata. Il successo può portare alla noia, l’eccesso a dipendenze vere e proprie. È un mondo in cui le relazioni sono spesso disfunzionali, difficili, apatiche. Le amicizie sono molto spesso false e finiscono in tradimento,  l’amore non c’è mai, e se c’è è sofferto: il sesso è anaffettivo, un rapporto fugace e di convenienza.
Questi aspetti più problematici sono molto spesso evitati in modo quasi compulsivo, la loro presenza molto spesso è solo allusoria, sporadica. Ma non sempre è così: un caso è quello dell’emo trap, genere che mischia le solite tematiche a una maggiore introspezione, andando a affondare in terreni di depressione, ansie e anche suicidio.

È un sottogenere che in Italia non è ancora praticamente sbarcato (si potrebbe pensare solo a Medicine, dell’ex-DPG Side Baby) ma che negli USA ha già messo piede con abbastanza fermezza grazie a artisti quali xxxtentacion e Lil Peep. Basta sapere le loro storie per rendersi conto di quanto essi abbiano vissuto vite al limite…

Per concludere, forse siamo andati a seguire idee nostre ben al di fuori degli intenti dei cantanti citati, ma in fondo nella musica, come in tutti i media, non contano solo le intenzioni, ma anche le interpretazioni. E pensiamo che questo genere possa dire più di quello che sembra su chi lo ascolta.
È la nuova wave, bibbi!

Marco Santeusanio

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