L’avanguardismo di “una vita troppo breve per vestirsi noiosi”.

“La vita è troppo breve per vestirsi noiosi”. Questo è il motto di Jeremy Scott, nato l’8 Agosto 1975 a Kansas City nel Missouri, Stati Uniti. Direttore creativo di Moschino dall’ Ottobre del 2011, Jeremy Scott è colui che ha salvato il brand dall’oblio.

Lo ha rivoluzionato, modernizzato e risollevato dall’orlo del precipizio che lo stava inghiottendo, consacrando di nuovo la maison nell’universo dell’alta moda. Moschino era infatti un brand in declino finchè Jeremy Scott non lo ha preso sotto la sua direzione creativa e lo ha rifondano su uno stile fumettistico e pop che punta sull’esplosione dei colori, su un delirio culturale tagliato su misura per noi, irriverente e avanguardistico. Il suo motto non è altro che il riassunto di una vision che le persone ora si ritrovano ad indossare.

La genialità di chi, come Jeremy Scott, ha puntato tutto sull’eccesso sta proprio in questo: nell’aver colto i segnali più lampanti, scontati e consumistici del nostro millennio e ad averli cuciti su stoffa: McDonald, Barbie, Mickey Mouse, i supereroi e tutte le altre ispirazioni di ogni collezione, rendono gli abiti di Moschino delle opere di pop art, accattivanti esempi di arte contemporanea.

Persino la costruzione del suo personal brand consiste in un’estremizzazione della propria immagine e questo ha un chiaro ritorno per il proprio profitto in ambito professionale. Jeremy inoltre è molto attento all’aspetto comunicativo e ha pagine social a suo nome, che utilizza per promuovere se stesso e i suoi brand come un tutt’uno, l’uno inscindibile dall’altro.

La sua concorrenza più temibile al momento sono forse Alessandro Michele e Karl Lagerfeld, rispettivamente direttore creativo di Gucci dal 2015 e direttore creativo di Chanel, Fendi. Possono essere considerati suoi concorrenti diretti poichè hanno adottato la sua stessa strategia di personal branding.

Nonostante Alessandro Michele abbia rilanciato Gucci in un’ottica futuristica, ideale e psichedelica, la sua concorrenza è molto meno marcata poichè la sua interazione sui social è inesistente. Ciò che è rilevante è la spettacolarizzazione degli eventi della maison da lui curati. L’impatto mediatico è pari a quelli di Karl che, sebbene anche lui non possegga pagine personali sui social, sicuramente mette la sua immagine al centro del suo business in maniera più preponderante.

Un’ultima considerazione va alle sue collaborazioni, tra cui l’ultima, quella che ha coinvolto H&M, che ha fatto impazzire Milano. La particolarità della collezione non era da cercare nelle tipiche stampe con immagini appartenenti alla cultura popolare o nelle famose catene oro, ma nei tagli e nella morbidezza delle linee dei vestiti. Come sintomo di quella ricettività che da sempre manifesta nel cogliere le tendenze della modernità, Jeremy Scott ha preteso che entrambe le collezioni, maschile e femminile, presentassero non solo caratteristiche tali per cui i vestiti potessero essere indossati anche dalle persone con più curve, in un’ottica di rifiuto del body shaming, ma che la maggior parte degli abiti e degli accessori potessero essere indossati da entrambi i sessi, nel tentativo di una celebrazione della fluidità sessuale. La linea si rivolge dunque per la prima volta anche alle persone transessuali e i modelli scelti sono infatti sia uomini, che donne, che trans.

Jeremy Scott, amato od odiato, è un’artista del mondo che cambia, dei colori e della spettacolarizzazione della modernità. Un grande artista, perchè una grande mente intuitiva della cultura del presente.

Francesca Solieri

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