Una serie geniale: Saverio Costanzo plasma la voce di Elena Ferrante

L’Amica Geniale, primo capitolo della fortunata saga letteraria di Elena Ferrante, prende forma in un’illuminata co-produzione Rai Cinema HBO diretta in otto puntate da Saverio Costanzo.

Da lettrice bramavo i volti incontrati in un libro che è l’intreccio di più vite. Costanzo alza il sipario rispettandone magistralmente i tempi. Perché L’Amica Geniale è un’epica sul tempo: quello della vita, della crescita, della storia che arranca, dell’amicizia.

Una donna anziana svegliata dal telefono. Un marcato accento napoletano annuncia: «È sparita». Nessun gesto scomposto, ma una voce fredda che risponde di lasciarla stare. Superando il buio della notte e quello dei ricordi, così inizia il racconto proibito – «Ti avevo promesso che non avrei mai raccontato la tua storia».

A catturare l’attenzione non sono le parole. È la piccola Greco sul banco, circondata dal vociare in un italiano masticato dal dialetto. Cercando le attenzioni della maestra Oliviero, per ricevere l’unico complimento concesso tra giochi nella polvere e “servizi” che una femmina di casa fa per leggi non scritte. Ma L’Amica Geniale racconta un gioco mai terminato che necessita di un’altra giocatrice. Quindi eccola, piccola, con gli occhi scuri che divorano il mondo per non esserne inghiottita. Lila Cerullo, la cattiva che darà a Lenù la direzione da prendere. «Quello che fai tu faccio io»: sfida che diventa promessa di una vita plasmata su quella bambina.

Un rione confinato dalle case di quattro piani, dalla polvere, dalla faida tra Solara e Caracci. Ma la scena è vuota senza le protagoniste che catturano l’attenzione prima che le parole scandiscano la storia.

La traduzione del libro non è impeccabile. Costanzo si concentra non sui caratteri – parole contro immagini – ma sul carattere di una storia bifronte, da un lato gli occhi chiari di Lenù (Elisa Del Genio), dall’altro quelli neri di Lila (Ludovica Nasti). Niente poesia in un’amicizia che nasce tra morti ammazzati e l’ombra di Don Achille.

Si raccontano tre storie. I ricchi, che stanno fuori dal rione, oltre i binari della ferrovia impossibili da superare. I grandi, uomini che inseguono i soldi per arricchirsi come i Caracci, e donne che colorano i cortili con storie da femmine. E due bambine che vogliono andare alla «scuola dove si studia il latino» per scrivere libri e diventare ricche. Le bambole divorate dalla borsa nera di Don Achille diventano i soldi spesi dalla cartolaia: bambine desiderose di vincere la battaglia a pietre scagliate contro la vita. Lila lancia il sasso, Lenù lo raccoglie e Lila rilancia, senza dire grazie.

Lenù ha paura di vivere claudicante come sua madre, è gelosa di Lila, ferma anche quando scalpita. Lila è cattiva perché la sua corazza le fa urlare «Non mi sono fatta niente» alla violenza del rione. Entrambe catturate prima che diventino «femmine che vanno in fondo alle loro furie senza fermarsi più». Però la furia c’è già: una miccia accesa nella loro creatività perché, come dice Lila, «basta che si apre il secchio e le parole vengono fuori». Così dalle ceneri dell’esistenza bruciata dei grandi, due bambine fanno nascere una fata blu.

Federica Cirone

 

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