NO TIME TO LOSE!

Non sono una persona che ama perdere tempo. Piuttosto che rischiare di perdere tempo, perdo tempo a informarmi su cosa non mi farà perdere tempo. Ad esempio, spesso mi faccio consigliare serie tv dai miei amici e mi sento veramente offesa quando qualcuno mi consiglia una serie che ritengo inconsistente. Ovviamente io e il mio autismo non riusciamo a interrompere a metà di una stagione, quindi mi ritrovo dopo 8 ore a chiedermi cosa ho sbagliato nella mia vita.Ho denominato questo fenomeno “Dark-effect” perché l’ultima volta che ho vissuto questa dolorosa situazione è stato quando, questo inverno, ho seguito un pessimo consiglio, e ho guardato Dark (che per inciso non includerò in questa lista perché neanche la prima stagione merita di essere vista).

Ho pensato però, che a differenza della sopracitata, esistono serie tv veramente meritevoli, in grado di lasciare allo spettatore un bel ricordo a patto che vengano interrotte a metà per evitare di esser colti dal “Dark-effect”. Serie che se solo avessi avuto qualcuno che mi consigliasse avrei interrotto senza sciropparmi ore e ore di trame stiracchiate, personaggi mal descritti, e ambientazioni poco coerenti. Se volete quindi iniziare una delle seguenti serie sappiate che potreste essere prima esaltati per poi venire molto molto delusi:

Misfits: questa serie inglese viene tramessa per la prima volta in Italia nel 2011 riscontrando un discreto successo che però (comprensibilmente) va scemando nel corso degli anni. Delle 5 stagioni che sono state trasmesse, le ultime 2 sono infatti delle evidenti forzature nel tentativo di mantenere in vita la produzione. Le prime 3 stagioni della serie, per quanto deliranti ed eccessive, sia a livello di trama che a livello di recitazione, hanno quel “non so che” in grado di coinvolgere lo spettatore e di attirarlo nel vortice della curiosità che ti spinge a passare la nottata insonne per capire come andrà a finire la stagione. Tutto ciò viene meno alla fine della terza stagione dove per motivi evidentemente funzionali (legati alla scadenza del contratto di un interprete) uno dei personaggi cardine, senza tante cerimonie, abbandona le scene lasciando il posto ad un nuovo individuo mai visto prima, sconvolgendo completamente le dinamiche di quanto successo fino a quel punto. Non so cosa si aspettassero i produttori tentando questo gesto disperato ma il risultato che ne deriva è un sonoro “NO” della critica.

The Walking Dead: credo sia il più grande caso di accanimento terapeutico mai riscontrato nel mondo televisivo. Forse dopo Lost. Ho profondamente, profondamente adorato questa serie della AMC che riusciva a coadiuvare una trama (all’epoca) originale, una cura pazzesca dei dettagli e un sapiente uso dei colpi di scena. Ad oggi si tratta sostanzialmente di un’ora a settimana di analisi psicoterapeutica malfatta di personaggi che, diciamocelo, sono diventati una noia. Non succede nulla. Nulla può più succedere. Se la serie si fosse interrotta due stagioni fa, avrei compreso le scelte a volte un po’ discutibili e forzate ma giunti a questo punto sembra davvero che la sceneggiatura la stia scrivendo un neofita delle serie tv, e anche abbastanza noioso. I più fedeli tentano imperterriti di trovare un pregio alle puntate, ma tutto quello che si ottiene alla fine di un binge watching di una delle ultime stagioni non è altro che un profondo “Dark-effect”.

Orange is the New Black: pur essendo uno dei primi originali Netflix questa serie ha giustamente avuto moltissimo successo. La regia sapiente (diretta tra gli altri anche da Jodie Foster) approfondisce la vita delle detenute in un carcere femminile riportando un quadro molto onesto della realtà umana. Le prime 4 stagioni penso siano state molto belle, molto dirette, per quanto chiaramente romanzate per rendere 40 minuti di visione sostenibili. Gli eventi che vengono presentati sono liberamente tratti da un libro autobiografico di una donna che ha vissuto effettivamente quelle esperienze, quindi si capisce perché la trama non risulti mai una forzatura. La cosa più piacevole riguarda il modo in cui sono introdotte le protagoniste allo spettatore. Per quanto queste donne possano essere rozze, ignorati, violente, è bello come sia presentata la “banalità del male” e come tutto sommato in alcune di loro che sembravano così distanti sia possibile riconoscersi. Poi, non so come, una noia assurda. Dalla quinta stagione in poi, non ho idea cosa sia successo, ma il quadro delineato sui personaggi va sempre più perdendosi, le vicende narrate sono sempre più caricaturali, i tentativi di comicità rasentano la demenza. La nota positiva è che il finale della quarta stagione è un punto di svolta tale che interrompere la serie in quel punto non lascia nulla in sospeso.

Mr. Robot: questa serie è stata prodotta nel 2015 e ad oggi ha all’attivo 3 stagioni. Ma perché dico io? Potrebbe darsi il caso che io sia un tantino di parte (d’altro canto ormai è palese che io mi sbilanci nei giudizi) ma la prima stagione per me è geniale. Non è troppo veloce e non è troppo lenta. Le puntate scorrono allo stesso ritmo con cui si muovono i pensieri del protagonista, che per quanto sociopatico possa essere, ci si ritrova a stimare moltissimo. La mia sensazione alla fine della prima stagione è stata che tutto fosse stato detto, che tutto fosse stato chiarito (anche senza eccessive forzature) e che la trama, impegnata a costruirsi attorno ad un colpo di scena nell’ultima puntata fosse perfettamente fine a se stessa. Sarà forse per questo, forse perché le prime due puntate della seconda stagione mi hanno annoiato a morte, ho deciso di mollare. Poi mi si potrà sindacare che “devi arrivare almeno alla settima (o che so io) puntata perché la stagione assuma un senso”.

Beh, se devo buttare 7 ore della mia vita per aspettare che una serie tv diventi, forse, soddisfacente, c’è qualcosa che non mi soddisfa affatto in quella serie tv.

Francesca Maria Poletti

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