NEVER ENDING DYLAN

Lo scorso 9 aprile, nel pieno di una fredda e piovosa serata milanese, Bob Dylan, al secolo Robert Zimmerman, infiamma gli animi del pubblico del Teatro degli Arcimboldi, che per poco più di due ore viene letteralmente ipnotizzato dalla musica e dalle parole delle sue intramontabili canzoni. 

Chi, come me, non aveva mai assistito a un concerto di Bob Dylan, ha preso parte senz’altro a uno spettacolo che si potrebbe definire “fuori dal comune”. Forse perché Dylan è un artista fuori dal comune.

Mr. Zimmerman sale sul palco con la sua band al completo alle 20.59, si siede dietro al pianoforte, non dice una parola e inizia a cantare, in anticipo, non curante delle persone che ancora dovevano prendere posto in platea. Evita i preamboli, fa a meno di effetti speciali e di scenografie spettacolari: è chiaro che è venuto qui per cantare ed è questo che fa, con una voce a tratti fievole, a tratti ferma e ancora tonica. Dylan, accompagnato dalla sua storica band, ripercorre in un paio d’ore più di 50 anni di carriera, in quello che sembra essere realmente un Never Ending Tour, iniziato nel secolo scorso.

Il pubblico, di fedeli appassionati e neo spettatori, ascolta entusiasta i brani, da Things have changed, con cui si apre il concerto, a Long and wasted years. Durante l’esecuzione delle canzoni nessuno fiata, nessuno registra o scatta foto, e non solo, penso, per via dei divieti imposti dalla sicurezza: ogni singolo spettatore sembra essere completamente rapito da quella musica e da quei testi che hanno fatto la storia, non solo della musica, ma di intere generazioni. Alla fine di ogni pezzo, però, scatta un tripudio di applausi e standing ovation. Applauditissimi soprattutto i pezzi classici, ben conosciuti anche dai più giovani, come Tangled Up in Blue e Trying to Get to Heaven.

A fine concerto Dylan regala ancora al pubblico due bis: una rivisitazione in chiave jazz della celeberrima e immortale Blowin’ in the Wind, canzone manifesto di un’intera generazione di giovani, americani e non, vissuti in un mondo dibattuto tra la Guerra Fredda e la guerra del Vietnam, e Ballad of a Thin Man. Dopo di che, si alza dal pianoforte e dopo un fugace inchino sparisce dietro il sipario, insieme alla sua band.

Insomma, un concerto di Dylan non è un concerto come gli altri: il pubblico si trova spiazzato, non sa mai bene cosa aspettarsi da questo artista, con la “A” maiuscola. “A” come anomalo, perché di questo si tratta. Un artista che stravolge spesso i brani in base all’estro musicale del momento, che non interagisce con il pubblico, che sembra cantare più per se stesso che per gli altri, che costringe gli appassionati ad abbandonare le loro aspettative, a mettere in discussione quello che pensavano riguardo a una canzone e lasciarsi trasportare da quelle note e quell’atmosfera, per vivere un’esperienza di pura musica e nient’altro. Questo concerto mi ha regalato emozioni che di certo non dimenticherò mai.

Alice Presbitero

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