I SEGRETI DI WIND RIVER: la recensione di un film di “Cinema di frontiera”

Dopo le sconfinate lande aride e assolate della frontiera messicana di Sicario e quelle del Texas sull’orlo della miseria di Hell or High Water la definizione migliore da poter dare al cinema di Taylor Sheridan è quello di “Cinema di frontiera”.

Anche I segreti di Wind River, film d’esordio alla regia dello sceneggiatore delle pellicole sopracitate, rientra in pieno in questa categoria. La spietata esperienza degli spazi sconfinati e selvaggi dell’America più remota e lontana dalla civiltà è sempre centrale nel film, sebbene qui dai deserti del sud si passi alle gelide montagne del Wyoming. L’unico elemento che sembra differire è che se nelle opere precedenti questi territori liminali avevano un ruolo importante nello scardinare la linea netta di demarcazione tra bene e male per i personaggi principali e dare una ben poco conciliante visione della società americana (i cui echi rimangono nel film nel tema della discriminazione verso i nativi americani), in “I segreti di Wind River” la frontiera è usata come naturale ambientazione dove riappropriarsi del più americano dei generi: il western.

I meccanismi profondi del genere sono rispettati come un rituale liturgico: c’è tutto, dal conflitto tra natura selvaggia e civiltà alle lunghe “galoppate” su convogli di motoslitte, passando tra duelli con criminali e sparatorie la cui violenza, dopo lunghe costruzioni della tensione, esplode in un’estetizzazione che si associa ad una giustificazione narrativa e soprattutto etica.

Insomma “I segreti di Wind River” ricalca fedelmente il modello del cinema classico guardando a esso con un misto di ossequioso rispetto e nostalgia. In questa operazione narrativa inoltre non poteva mancare l’elemento principale del cinema western classico: il rapporto dialettico tra il duro “Outlaw Hero” (Interpretato da Jeremy Renner) e il civilizzato “Official Hero” (Interpretato da Elizabeth Olsen), destinato a concludersi nella sintesi di quel “Reconciliatory Pattern” definito dallo studioso Robert Ray che prevede la negoziazione e la contaminazione valoriale tra queste due figure così antitetiche.

Cosa conferisce però originalità al film in questione? La risposta a questa domanda è proprio nella regia, premiata al festival di Cannes 2017 all’interno della sezione Un Certain Regard. Taylor Sheridan sa come posizionare e soprattutto muovere la macchina da presa facendo in modo che le immagini in movimento costruiscano la tensione, rendano l’imponenza dei paesaggi e l’impotenza dei personaggi e seguano i passi fragili di questi ultimi e i loro sguardi pieni di panico ed emozione.

Infine è proprio nella prima volta dell’autore dietro la macchina da presa che troviamo gli elementi più innovativi de “I segreti di Wind River” e gli spunti che, conclusa ora questa “Trilogia della frontiera”, lo porteranno a sfidare e superare nuovi confini nel suo futuro percorso autoriale.

Marco Santeusanio 

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